10.01.2018 IRIDE

IRIDE

CAPITOLO UNO

’45°27′51″N 9°11′22″ E’.
Osservo le coordinate con attenzione, come ipnotizzata. In questo momento mi sento come se fossi un tuffatore alla sua prima gara. So di poter saltare ma guardare giù fa paura, come mai prima.
Al momento sono un misto di emozioni contrastanti, sono agitata ma determinata, impaurita ma elettrizzata, felice ma triste.
Aspetto il treno.
Ripenso a quello che è successo.
Facciamo un passo indietro.
Non ho mai avuto un padre. Non chiedetemi quale storia tragica ci sia dietro. Non la conosco nemmeno io. Non chiedetemi quante volte io abbia litigato con mia madre per conoscere la verità. Le sue labbra sono sigillate da un segreto che non ha intenzione di rivelarmi. Lasciandomi con la sola e triste realtà. Non ho mai avuto un padre. A volte mi sveglio nel cuore della notte, accendo la luce, mi guardo allo specchio e mi osservo. Per ore. Intensamente. Osservo ogni minimo particolare del mio viso. Capita poi che nel pomeriggio io mi sieda sul marciapiede. Da sola. Scrutando i visi corrucciati o allegri delle persone che ignare passano sotto il mio sguardo indagatore. Cerco un segno. Un segno del mio viso nei visi degli altri. Cerco lui. Ho sempre sentito annidarsi dentro di me segreti chiusi come dentro un vaso di Pandora. Mi dicevo che Forse era meglio non averli mai scoperchiati, tutti i mali del mondo sarebbero potuti uscire e rendermi peggiore di come sono adesso.
Però sarei completa. Saprei veramente chi sono e scoverei nel mio animo forse sì, i mali del mondo ma forse no. Forse soltanto me stessa. Un giorno poi, un giorno nuvoloso, con quella luce bianca fastidiosa che non ti permette di vedere bene arriva una lettera. Oddio, dire lettera forse è troppo. È poco più di una cartolina.
“Non troverai le radici dell’albero osservando le foglie”. Il quadrato bianco racchiude questa semplice frase. Cerco invano il mittente, ma la busta è gelidamente scarna. Prorompe imponente il mio nome, l’indirizzo. Poi basta. “Non troverai le radici dell’albero osservando le foglie.” Decido di non farci caso. Un altro giorno. Questa volta c’è il sole. Un’altra busta. Gelida, bianca come la neve. “Siamo uno risultato di due.” Sembra che qualcuno si stia prendendo gioco di me. Universo, cosa mi vuoi dire? Io sono una risultato di una, so che mi manca qualcosa, so di non essere completa, non so nemmeno chi sono, Ma che cosa vuoi da me? Conosco ciò che mi manca, non so da dove provengo, conosco ciò che sono ma non lo conosco affatto ma allora cosa devo fare? E poi la terza busta, quella che sto tenendo in mano adesso. Quella con le coordinate geografiche. Pensavo che non sarei mai riuscita a scrollarmi di dosso la provincialità del mio insulso paesino di campagna, pensavo che mi sarei abituata prima o poi a vivere una vita che ho sempre sentito non mia. Non conoscevo via di fuga.
Ma adesso sì. La conosco. Tengo in mano la mia via di fuga.
Con un borsone pieno di vestiti presi alla rinfusa, un portafogli mezzo vuoto e un indirizzo parto.
Destinazione Milano.

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