23.01.2018 EMILIA

emilia

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza di una coppietta che tuba senza un minimo di decenza proprio nel tavolino accanto all’entrata mi impedisce di spalmarmi, sinuosa, sul bancone, con il giro di basso di Come Together nelle orecchie; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.

Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 1 – frizzante e un po’ polemico, come una giornata di novembre

Sono tante le cose che ho la pazienza di tollerare: i clienti sgarbati, i compagni di corso spocchiosi, i milanesi che s’accapigliano, mandandoti gambe all’aria, per un posto in metro alle otto del mattino; qualche volta persino quel libro brutto che, andando contro una mia precisa filosofia, porto a termine, protraendo i tormenti e sottraendo tempo alla lettura di uno dei troppi libri meravigliosi che aspettano solo di essere da me scoperti e che non scoprirò mai a causa di questo unico, miserabile libro-supplizio a cui voglio dare una chance perché quella cara amica ne ha parlato bene, e non è possibile che le sia piaciuto un prodotto a tal punto privo di valore, dovrei ricredermi su di lei, per non dire sulla nostra amicizia, ma no, dai che, tra qualche pagina, cambia e ti piace… e poi finisce e ti ha fatto schifo proprio.

Eppure trovo la forza di superare persino questo sgambetto del destino, e di non far naufragare un solido legame d’amicizia evitando di discutere dei meriti del beneamato di lei con un colpo da maestro vecchio come il mondo “no, assolutamente, era solo il libro sbagliato al momento sbagliato”. E tanti saluti.

Insomma, sono dotata di un notevole talento per l’ingoiare rospi; ma c’è un rospo che proprio non riesco, non posso ingoiare, non più: com’è possibile che, dopo che ce la siamo dovuti sorbire per un’estate intera, ancora in radio passino Riccione dei TheGiornalisti?

Dico sul serio. Se metto il naso fuori dal caffè probabilmente me lo ritrovo spolverato di neve. E ancora mi devo scoprire a canticchiare SOTTO IL SOLE SOTTO IL SOLE DI RICCIONE DI RICCIONE a ogni momento della giornata?

Perché il vero problema non è la canzone in sé; lo sa il cielo quante canzoni che passano in radio non mi piacciono, eppure non finiscono per farmi diventare matta. Il problema di questa qui è che ti si appiccica addosso. Come colla. Per esempio, adesso ho appena scritto come colla, e già nella mia testa è partita la solita solfa: COME COLLA COME COLLAe così come per la colla, per tutto il resto. Ho passato tutta l’estate a cantarci sopra qualsiasi cosa: da MA CHE CALDO MA CHE CALDO a DAI CHE HO FAME DAI CHE HO FAME, mi ha accompagnato nei momenti di distensione – AH SI DORME AH SI DORME – e nei momenti critici – DOV’È IL BAGNO DOV’È IL BAGNO -, in attimi di gioia – ECCO IL MARE ECCO IL MARE – e di prostrazione – È GIÀ SETTEMBRE È GIA’ SETTEMBRE -; alla fine delle vacanze mi sono persino scoperta in grado di costruire intere conversazioni sullo stesso, maledettissimo, fraseggio musicale:

io: CIAO TERESA CIAO TERESA (Teresa è una mia cara amica, nda)

Teresa: CIAO EMILIA CIAO EMILIA

I: CHE FAI OGGI CHE FAI OGGI

T: PRENDO IL TRENO PRENDO IL TRENO

I: E DOVE VAI E DOVE VAI

T: A TORINO A TORINO

E così via.

Un’estate di torture.

Ora, c’è da dire che l’idea dei TheGiornalisti di trasformare in un ritornello-cerotto una frase delle più sfruttate nel periodo estivo è encomiabile. Avete mai fatto caso a quanto spesso si dica “sotto il sole”, in vacanza? Ci ho fatto caso io: tante, troppe.

Perciò, ecco, mi è venuta questa idea: perché, se è vero che non tutto il male vien per nuocere, non bruciare i TheGiornalisti, o chi per essi, sul tempo, e scrivere una canzone a tema natalizio/invernale? La tattica da usare sarebbe sempre la stessa, cioè scegliere una frase, o porzione di frase, o interiezione tra le più sfruttate nei mesi freddi, in modo che ogni volta che la gente pronunci la frase o porzione di frase o interiezione incriminata non possa fare a meno di cantare la mia canzone.

Ho pensato a qualche opzione, ma non è facile: tutte le esclamazioni del tipo “SI GELA”, “CHE FREDDO” e “MA COM’È CHE FINO A IERI SI MORIVA DI CALDO E ADESSO DEVO METTERE SCIARPA, GUANTI E CAPPELLO” sono un pelo inflazionate, o di difficile collocazione metrica (mi riferisco soprattutto all’ultima); “BABBO NATALE NON ESISTE” è deprimente, mentre “HAI SCRITTO LA LETTERINA?” potrebbe funzionare, ma ha forse un target troppo ridotto. “ALLACCIA FINO IN ALTO” andrebbe fortissimo tra le mamme di tutto il mondo, ma potrebbe innervosire tutte le piccole vittime delle zip alzate a velocità della luce, il che non rappresenta una grandissima mossa di marketing. Rimane l’opzione “È IL 23 E NON HO ANCORA COMPRATO I REGALI”, ma andrebbe necessariamente corredata di una parolaccia o imprecazione, e non so se mi prenderei un tale rischio, volendo dar vita ad una hit – questi radiofonici sono ancora un pelo bigotti.

Insomma, è una bella gatta da pelare. (È UNA GATTA È UNA GATTA)

Mi prenderò un caffè per pensarci su. (DA PELARE DA PELARE)

O non ci penso più?

 

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