07.01.18 IRIDE

IRIDE

‘Un passo, due passi, cinque passi, venti passi, sto correndo metto un piede dietro l’altro sempre più velocemente uno due, uno due, veloce, sempre più veloce torno indietro perché sento di aver dimenticato qualcosa forse perderò l’aereo allora più veloce, sempre più veloce non ho più fiato ma devo tornare indietro uno due, uno due, resisti ce la puoi fare, respira, ancora, più veloce, veloce arrivo, salgo le scale, cerco veloce, velocemente, salgo a due a due, non resisto, non ce la faccio, sono arrivata, apro la porta ecco, lì, sul letto, quattro stracci, ecco ho dimenticato degli stracci ma io mi ricordavo dei vestiti, perderò l’aereo, devo tornare indietro veloce, uno due, uno due, gli stracci bianchi buttati sul letto, uno due, veloce, velocemente, con affanno sempre più veloce fino alla fine, fino alla fine’.
Quando mi sveglio sto ancora correndo. Il sudore sulla mia fronte è rugiada mattutina. Sono affannata, faccio fatica a respirare. Ho una sensazione di impotenza che mi attraversa le viscere. Spalanco gli occhi e osservo il soffitto bianco. Attendo di capire cosa il mio inconscio sta cercando di dirmi. Correvo a perdifiato perché credevo di aver dimenticato qualcosa di importante ma alla fine, quando effettivamente si scopriva il telo ecco il nulla più totale. Correvo per degli stracci, per qualcosa di assolutamente inutile che credevo importante, ma in realtà stavo perdendo di vista un qualcosa di molto più concreto: l’aereo per tornare a casa.

Adesso so perché il mio cervello ha creato delle immagini così specifiche; sono partita perché sentivo fosse la cosa giusta da fare ma nella realtà sono passati due mesi da quegli indizi di giugno e ancora tutto tace. Sono qui da due mesi e sento che l’universo forse ha esaurito le cose da dirmi. E se fossi partita solo per ritrovarmi tra le mani degli stracci? Se pensando di scoprirmi capissi in realtà che la ricerca di mio padre, la ricerca della vera me vale poco più di un mucchio di stracci?
Chiudo gli occhi. Questi pensieri mi fanno male. Chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno senza sogni.

Sono a Milano da due mesi e il più grande traguardo che ho raggiunto è quello di cominciare ad abituarmi alle diverse dimensioni di tutto ciò che mi circonda, anche se faccio ancora fatica ad accettare la sensazione di totale solitudine che mi accompagna da quando ho mosso i primi passi per venire qui. L’unica persona che ho conosciuto finora è la mia fredda,apatica e a tratti antipatica padrona di casa. Ma solo perché era necessario darmi le chiavi, prendere l’acconto, spiegarmi come si accende il gas.
In due mesi, solo io, me e me stessa alla ricerca anzi, in attesa di un segno.
Decido che basta, ora esco e vado al parco,prendo un telo e mi metto a leggere. Se mi devo crogiolare nella solitudine almeno lo faccio in compagnia di un buon libro.
Esco, ma prima vado a comprarlo, quel libro. Alle spalle di Porta Romana c’è una piccola libreria, La Tramite si chiama. Uno di quei luoghi che si capisce subito che sono magici, con il campanello alla porta che annuncia il tuo arrivo e ti catapulta in un mondo di assoluta perdizione libresca, con gli scaffali ordinati in modo casuale, con i libri di Camilleri mischiati con quelli di Calvino, e i volumi di Ken Follet vicino ai libri per bambini a simboleggiare il totale caos del sapere oppure la magia della lettura, che può renderti adulta come farti tornare bambina.
Entro e me ne innamoro istantaneamente. Vivo due ore in compagnia di mille personaggi diversi, alcuni come me sono alla ricerca di se stessi,altri ricercano l’amore,altri ancora un occasione per redimersi. Decido di comprare “Odette Toulemonde”, una raccolta di racconti di otto donne diverse, con vite diverse. Lezioni di felicità si intitola uno dei racconti. Se non è questo il fato io non so proprio cosa sia. I libri hanno la capacità di esserci sempre, come dei veri amici, sanno sempre cosa dire e quando dirlo, non sbagliano mai.
Con rinnovata fiducia esco dalla libreria. Mi dirigo verso la metro. Prendo la linea gialla e poi quella rossa. Cammino fino a quando non scorgo di fronte a me i cancelli del parco Indro Montanelli.

Varco i cancelli e vengo accolta da tanti rumori e odori differenti.
Prendo il telo, lo stendo e mi sdraio. Apro il libro e comincio la lettura.

P.s La libreria di cui parlo in questo brano purtroppo è stata chiusa. Segno di tempi che non leggono più o  che leggono poco. Dopo anni di sofferenze, in cui ero quasi l’unica cliente, La Tramite chiude. Chiude una parte di Milano antica, di una Milano che ama la cultura.
Ma la cultura non si arrende, non deve farlo.
Continueremo a leggere e a farci baluardo del bello e dell’antico pur rimanendo al passo con i tempi. La primavera c’è. E anche se perdiamo un po’ di magia sotto il peso della noncuranza, sarà nostra cura preservare quella che rimane.

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