09.02.2018 GIULIA

GIULIA

 

MIRANDOLINA

 “Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata.
Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne.”

 

<<Buongiorno, dovete ordinare?>>

Nei week end lavoro in un ristorante, in una piccola locanda nella periferia milanese.

Entrando nel locale sembra di entrare in una casetta di campagna, tra travi di legno e tavoli assemblati con tronchi di albero e tappi di bottiglia.
L’ambiente è familiare, sembra di essere ospiti a casa di parenti del sud, che offrono piattoni di pasta al ragù con le migliori pelate locali, peperoni, melanzane e ortaggi del giardino siculo, olive schiacciate dalla zia pugliese, vino lucano doc e dolci campani al ba(bà)cio…

<<Buongiorno, dovete ordinare?>>, perciò è la battuta d’ordine di ogni week end… Ma quel sabato di gennaio le cose non andarono in modo così usuale…

In accademia stavo studiando Mirandolina, la protagonista de “La Locandiera” di Carlo Goldoni.

Il personaggio lavora in un locale fiorentino frequentato da nobili e aristocratici.
È l’emblema della donna indipendente, padrona del proprio destino e consapevole della migliore arma di seduzione femminile: la parola.
Non agisce mai per amore, solo per profitto economico o per capriccio, attraverso un gioco seduttivo capace di far cascare tutti ai suoi piedi.

Quel sabato di gennaio ero Mirandolina, femminista e determinata, pronta a divertirmi improvvisando le maniere di una cameriera ammaliante, capace di intortare e far innamorare tutti i cavalieri, gli aristocratici e i forestieri… o meglio tutti i clienti.

Perciò, camicetta bianca con ultimo bottone slacciato per far intravedere il seno, gonna larga settecentesca, scarpe da carattere, grembiulino con merletto giallo canarino e chignon elaborato con riccioli sbarazzini sul volto incipriato…

La mia figura quel giorno era parecchio ingombrante a causa della mole della gonna, e caotica, visto che mi aggiravo come la padrona del locale tra ordini e consigli.
Parlavo con linguaggio arcaico e intrattenevo colloqui ridicoli con i mal capitati…

<<M’inchino a questi cavalieri, che domandate lor signori?… Ehm, volete ordinare?>>, <<Vorrei l’arrosto con le patate>> … <<Uh, che mai ha detto? L’eccellentissimo signor marchese mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà: io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne>>.

E come se non bastasse, ogni tanto mi avvicinavo ai tavoli per convincere le ragazze a non cedere alle lusinghe di uomini o spasimanti, ma a essere indipendenti, a godersi la propria libertà, a trattare con tutti senza innamorarsi di nessuno.

“Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati: e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare questi cuori barbari e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura”

Tutto questo finché non entrò lui: alto, moro, occhi penetranti, fisico scolpito e sorriso mentadent.

A quel punto ho messo da parte l’indipendenza e ho svelato tutte le carte di Mirandolina, e mostrandomi intelligente e brillante, sensuale e gentile, ho conquistato il nobil cavalier.

Così ho conosciuto il mio attuale ragazzo.

Perché si sa: una donna può ottenere quello che vuole, ma l’amore resterà sempre la sua debolezza.

Sipario.

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