14.03.2018 MARGHERITA

margherita

NORWEGIAN WOOD – Murakami

All’ingresso della biblioteca c’è un vecchio mobile di legno norvegese. Tutte le volte che lo osservo non posso far a meno di sorprendermi a canticchiare quei versi indimenticabili:

I once had a girl

Or should I say

She once had me

She showed me her room

Isn’t it good?

Norwegian wood.

 E mi chiedo: «legno o foresta?», «foresta o legno?». Sì, perché una delle più belle canzoni dei Beatles, scritta nel 1965 e contenuta nell’album Rubber soul, dà il titolo ad uno dei romanzi più intimi di Murakami Haruki, pubblicato nel 1987. Il titolo a cui l’autore aveva pensato in origine era quello di una sonata di Debussy, Giardino sotto la pioggia (Ame no naka no niwa), che ben rispondeva al progetto iniziale di un racconto dai toni delicati, che evocasse proprio l’immagine di un giardino bagnato dalla pioggia. Con l’ampliarsi della cellula primigenia in un romanzo di più ampio respiro e di grande impatto realistico, Murakami pensa di sostituire il giardino con una foresta, Noruwei no mori (La foresta della Norvegia), facendo riferimento alla traduzione erronea con cui in Giappone era conosciuta la canzone dei Fab four e che considerava quel wood come foresta e non come legno.

Questo tema musicale si ripresenta in sede di incipit, quando il protagonista, Tōru, atterrando all’aeroporto di Amburgo, sente questo motivo a lui familiare:

Era Norwegian Wood dei Beatles in un’annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscere la melodia per sentirmi turbato.

Il turbamento del protagonista, ormai trentasettenne, deriva dai ricordi che quella canzone dalla melodia malinconica, tanto amata vent’anni prima dal suo amore giovanile Naoko, desta in lui. Da qui prende le mosse un lungo flashback da cui si sviluppa il bildungsroman di Tōru, giovane studente universitario che dovrà affrontare la Tōkyō delle contestazioni studentesche del ’68, l’amicizia con individui cinici come Nagasawa, ma in particolare la difficile scelta fra due donne agli antipodi, Naoko, ragazza fragile e dalla psiche tormentata, che con il suo fascino sfuggente rappresenta per Tōru l’idealizzazione dell’insondabilità dell’animo umano, e Midori, giovane solare e intraprendente che cela in sé il dolore di una storia familiare travagliata. La crescita personale che i personaggi dovranno affrontare li porterà a riflettere sulla vita e sulla morte e ad apprendere come quest’ultima non sia l’antitesi della vita ma una sua parte complementare.

Il clima mesto che caratterizza il romanzo e il ruolo preponderante che la musica assume nella narrazione hanno fatto sì che il titolo scelto per la prima traduzione italiana fosse Tōkyō Blues, mentre successivamente si è deciso di attenersi al titolo originario.

– Non è questo il punto, – dissi. –  Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono   persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?

– Come una specie di hobby?

– Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby non c’è niente di male. 

 

Consigliato a chi ama i romanzi di formazione, i Beatles e gli anni ’60.       

 

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