20.03.2018 EMILIA

emilia

CAPITOLO 5

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La primavera che tarda a fare capolino da dietro la cortina di pioggia mi toglie qualsivoglia desiderio di vivere, e conseguentemente di cantare, ballare o dimenarmi in altro modo per il caffè; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

 

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 5 – Una serie di congetture avanzate in via puramente ipotetica, ovvero quella volta in cui Dalla mi salvò la vita, sempre in via puramente ipotetica

Metti caso che t’innamori. Può capitare, di tanto in tanto.

Metti caso che per qualche anno sia tutto bello – non nel senso che ogni singolo istante della tua storia sia meraviglioso e insostituibile, ma diciamo che nel complesso, quando pensi a lui per caso, magari perché, pigiata nel vagone del treno, capti una conversazione senza capo né coda e ti dici come vorrei che fosse qui per ascoltarla, ecco in quei momenti il cuore ti si scalda, ed è proprio una sensazione fisica, di qualcosa come un gatto che fa le fusa in fondo allo stomaco e irradia il suo calore fino al cuore, che si ingrossa appena un po’.

Metti caso che tu sia convinta sia lo stesso per lui. Non che tu sia una visionaria: te l’ha anche detto, più di una volta, altorché se te l’ha detto.

Metti caso che un giorno lui arrivi da te con una faccia scura e gli occhi mesti da penitente e ti dica che gli dispiace, che non sa com’è successo, ma si è innamorato di un’altra.

Metti caso che tu, dopo i primi attimi di istupidimento, prendi a piangere, tanto, e gli chiedi di pensarci bene. Non fare cazzate. Non si torna indietro.

Metti caso che lui, sempre armato di quella faccia scura, e degli occhi mesti da penitente, ti dica che gli dispiace, davvero gli dispiace, ma non ti ama più.

Metti caso che allora tu sprofondi qualche metro sotto la terra, e passi i mesi successivi a darci di gambe e di braccia e di unghie e di denti per risalire in superficie, ed è una fatica, ma ogni centimetro che riguadagni all’aria buona è prezioso ed è vivo.

Metti caso che tu sia quasi arrivata in superficie, e chi ti trovi, affacciato al baratro? Proprio lui, l’infame. Sempre con la sua maledettissima faccia scura, e i suoi stramaledettissimi occhi mesti da penitente. Se ne sta lì e ti dice Ho fatto uno sbaglio, torniamo insieme, ti amo ancora, lei non era come te.

Metti che tu, con un rush finale da brivido, trovi la forza di dare le ultime bracciate e riemergi tutta intera, testa, torso, gambe e piedi. Ti sgranchisci, poi ti siedi, lo guardi dritto negli occhi e gli vuoi bene, gliene vuoi per davvero, ma Con tutta la fatica che ho fatto, non torno indietro più, mi dispiace.

Metti caso che lui continui a tormentarti per settimane con lettere, messaggi, improvvisate e telefonate.

Metti caso che sempre più spesso ti capiti di pensare Magari mi sono sbagliata. Magari mi amava veramente. Magari era l’uomo della mia vita. Magari dovrei tornare con lui.

Metti caso che andando al lavoro, una mattina, ti fermi a prendere un caffè volante al bar sotto casa.

Metti caso che parta una canzone.

 

 Canzone, cercala, se puoi.

Dille che l’amo e, se lo vuoi,

Va’ per le strade e tra la gente,

Diglielo veramente,

Non può restare indifferente,

E se rimane indifferente

NON È LEI.

 

Mi tolgo il cappello che non indosso, Lucio, e mi lascio alle spalle dubbi, supposizioni e tormenti, perché la verità è chiara e tersa come questa mattina di marzo: l’uomo della tua vita lo riconosci perché, in un modo o nell’altro, ci stai insieme tutta la vita.

Perciò, per quanto potesse sembrare, dopotutto, non era lui.

Non è mai lui, se se ne va.

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