4.04.18 IRIDE

IRIDE

Tum, tutum, tum, tutum, tum.
«Allora?»
Tum, tutum, tum, tutum, tum.
«Mi vuoi rispondere?»
Il cuore non cessa di bussare rumorosamente contro il mio petto.
Ripeto.
«Mi vuoi rispondere?»
Vedo le mani di mia madre contorcersi, quelle mani così odiose, così ossute che si stringono ferocemente intorno alla tovaglia, preambolo da sempre di due cose:
Un ceffone in pieno viso
Una domanda troppo scomoda
«Ma tu… tu! Con che diritto torni qui, dopo tutti questi mesi da vagabonda… sì vagabonda e ingrata ad accusarmi di che cosa? Di avere avuto una visione? Un mancamento? Tu… mi hai da sempre creato solo problemi, sei la rovina di tutto. Non sei niente, non sarai mai niente…»

Le sue parole sono come delle frustate. Mi fanno male, anche se sono abituata da sempre a queste parole. Da sempre, perché questo è il suo modo di comunicare.
La mia risposta? Il silenzio. Da sempre.
E il silenzio mi fa da compagno anche questa volta. Con gentilezza sposto la sedia, la guardo dritta in quelle fessure nere che sono i suoi occhi.
«Sapevo che tornare qui sarebbe stato un errore. Ma io so che cosa è stato. Non un mancamento, né una visione. Era un ricordo. Di papà. E io scoprirò la verità, presto o tardi. Con o senza il tuo aiuto.»
Giro le spalle e me ne vado veloce,prima che si accorga del tremore delle mie mani.
Mesi da vagabonda li chiama. Vagabonda mi ha chiamato. 
Tiro fuori il cellulare. Beep. Beep. Pronto?
«Ciao, senti scusa, sto tornando a Milano. Ci possiamo vedere al solito posto? Sì? Grande, grazie.»

«Ei ma cosa succede?»
«Ti prego niente domande, ne ho abbastanza. Ho solo bisogno di bere e di rilassarmi.»
«Ok amica, niente più domande.»
Adoravo Emilia. La mia prima amica a Milano e al momento quella che preferisco. Mai indiscreta, solo buona.
«Ricordami cosa fai tu quando sei agitata?»
Risata fragorosa.
«Qualcosa di molto banale, ascolto la musica. Però adesso non mi va troppo.
Se ti fidi ti porto in un posto speciale.»
Emilia. Che tipo.
«Mi fido di te, portami in capo al mondo.»
Risata fragorosa.
Mi ritrovo dopo una trentina di minuti di fronte ad una piccola porticina, tutt’intorno lo spettacolo dei navigli, delle luci riflesse sullo specchio dell’acqua.
Non aprite la porta per favore, stiamo servendo all’interno. 
«TADAAAAAA ecco a te il posto più straordinario dell’universo.»
Io vedevo solo una piccola porta di legno. Glielo feci notare.
«Il tuo problema è che ti fermi sempre un po’ prima, non lasci defluire l’immaginazione. Ora, respira e dimmi cosa ti sembra.»
«Uhm, la porta di Alice nel paese delle meraviglie?»
«Dai, più o meno. È il bar più piccolo del mondo! Ci stanno  tre persone al massimo ed è ricco di bottiglie di whisky, rum e un’aria un po’ jazz e un po’ retrò che ci sta sempre e non guasta mai.»

Rimango estasiata. Ciò che da fuori è solo un’insulsa porticina dal tono un po’ perentorio nasconde al suo interno un bar da record. Incredibile.
No, non ci entriamo oggi. Volevo solo fartela vedere. Perché? Perché questa porta sei tu. Non ti offendere, ma non sei proprio una di quelle persone che rimangono in mente subito. Sei un po’ insulsa (Mi si dipinge in viso un’espressione falsamente offesa, so benissimo che ha ragione) ma dentro celi dei segreti che aspettano solo di essere scoperti. Ora, io non so cosa sia successo oggi, ti dico una cosa: non permettere all’apparenza di bloccarti. Vai oltre. Io con te l’ho fatto. E anche con questo bar, quelle due o tre volte che il cielo mi ha dato la grazia di riuscire a prenotare. 
Deve aver visto la solita smorfia sul mio viso perché comincia a sorridere. Tanto.
«Dai su, andiamo a casa. Non vorrei ricordarti che domani si lavora!»
Ah già il lavoro.
Percorriamo la strada a ritroso, poi ad una svolta Emilia va verso destra e io verso sinistra. Ci salutiamo ciao ciao ci vediamo domani. Continuo la mia strada in solitaria, frugandomi nelle tasche. Tiro fuori un bigliettino color glicine
Faites la liste de ce que vous avez changé depuis deux ans.
Cos’era cambiato? Tutto, e la mia amica e io e l’universo lo sapevamo.
VAFFANCULOOOOOOOOOOO

Non mi curo di chi si gira indispettito.

VAFFANCULO A TE, ALLE TUE MANI DI MERDA, AI TUOI OCCHI ORRENDI E AL TUO TONO DEL CAZZO.
Io sono Iride, e checché tu ne dica non mi fermerò mai.

P.s Il bar di cui parlo è il Backdoor 43, un gioiellino per due o poco più. Si trova presso Ripa di Porta Ticinese, ideale per spendere del tempo a bere dell’alcool superlativo con una compagnia che, considerato lo spazio, deve essere superlativa.

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