06.04.2018 GIULIA

GIULIA


MATTO

“Un matto, un matto! Ho incontrato nella foresta un matto,
un bel matto, un matto variegato”

<<Va bene, come vuoi, giochiamo!>>

Avevo nove anni quando interpretai il mio primo personaggio.

Era lo spettacolino finale del mio primo corso di teatro, e non sapevo che a distanza di dieci anni avrei rincontrato quel ruolo tanto amato.

Ero piccina piccina, un po’ in carne e con dei corti ricciolini schiacciati sulla testa, d’altronde non conoscevo ancora i miracoli prodotti dalla spuma “ricci perfetti”.

Lo spettacolo era una versione per bambini della tragedia “Re Lear” di Shakespeare e io interpretavo il Matto.

Il Matto è il giullare di corte di Re Lear e, come in molte opere Shakespiriane è portatore di verità, e nella sua follia, con giri di parole e domande a trabochetto svela il senso di tutto il testo e nasconde in sé il tragico, che si cela dietro mille colori e risate.

A distanza di dieci anni mi ritrovai a interpretarlo di nuovo, con una maturità diversa e un nuovo costume meraviglioso: cappello da giullare, casacca, gonna e scarpe a spicchi giallo, rosso, verde e blu, calze verdi e manicotti gialli.

Amavo quel costume e lo indossavo anche a casa e saltellavo per il salotto ripassando le battute, pretendendo da chiunque di essere ascoltata.

Quel giorno ero in casa da sola e nessuno poteva darmi retta o leggermi le battute degli altri personaggi, ma il vestito era lì a guardarmi, con il copione minaccioso affianco.

E poco dopo eccomi lì, calze, scarpe, cappello e abiti indossati, copione a terra accanto a me a esibirmi davanti all’unico che potesse ascoltarmi in quel momento.

Ciao, mi presento, chi sei tu?
io sono il Matto, vuoi essere mio amico
Con me puoi tingere di blu tutto quello che vuoi tu

Mi dicon che son matto, ma tanto a me che fa?
È bene ciò che dico, non è mai una falsità.

E se assaggi un po’ di brio
Capirai che è tutto mio

Sono folle, un po’ diverso,
Ma, ti giuro, che son nato
Come te, nel modo stesso

Una mamma sola e stanca
Che mi ha visto con la manca

Ma ha pensato “in fondo bello”
Un po’ strano, e assai monello

E poi un tale lord non fesso
Inglese mi ha dato voce
Con un enorme successo

È teatro, e lo si sa
C’è chi mente e chi ha realtà

Con un gesto e una parola
Puoi far pianger la pignola

Ma questo non son io
Oltre al riso so far piangere
Ma sempre e solo con brio

Le mie battute, ripetute a voce alta, in ginocchio, all’unico che potesse ascoltarmi:
il mio cane.

Con i suoi occhi neri mi fissava perplesso, senza muovere un pelo, indeciso se scappare preoccupato alla ricerca di una padrona normale o se avvicinarsi per darmi un zampa sulla spalla, abbaiando: <<Sì, mamma, come dici tu. Ora prendi un calmante e vai a dormire>>.

Poi prese la sua decisione.

Si allontanò da me, non curante delle mie espressioni da pagliaccio, prese la pallina tra i denti e me la lanciò violentemente addosso.

<<Va bene, come vuoi, giochiamo!>>

Sipario.

 

 

 

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