11.04.18 MARGHERITA

DORA MARKUS – Montale

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera. […]

A Porto Corsini, oggi Marina di Ravenna, in realtà non arriverò mai. Si può proprio dire che questa sia la storia di un incontro mancato con questo luogo, noto per essere lo sfondo di una delle poesie più enigmatiche delle Occasioni montaliane: Dora Markus.
Un incontro mancato dovuto all’incedere del tempo e alla mia straordinaria abilità nel perderlo, in questo caso vagando fra chiese paleocristiane, ammaliata dallo sfarzo delle loro decorazioni musive, passando dalla tomba di Dante, che riposa accanto alla Chiesa di San Francesco e a cui non potevo fare a meno di portare un saluto. Avevo deciso di lasciare, per un giorno, il mio giorno libero, la mia amata biblioteca per recarmi a Ravenna, una città ricca di suggestioni letterarie, che con il suo fascino incantò Byron e Oscar Wilde. Come dicevo, nelle mie intenzioni, vi era l’idea di visitare la piazza di Marina di Ravenna dedicata alla protagonista di questa lirica montaliana, ma il tempo è tiranno, si sa, ed era ormai ora che mi rimettessi alla guida alla volta di Milano. Mentre la strada fluiva riportandomi a casa mi sono sorpresa d’un tratto a sorridere. Ridevo pensando a come anche questa poesia sia nata da un incontro mancato, proprio quello di Montale con Dora Markus, un’ebrea austriaca amica della fotografa Gerti Frankl e di suo marito Carlo Tolazzi. Montale non incontrò mai Dora, di lei conosceva solo l’immagine delle gambe, viste in una fotografia scattata proprio da Gerti e inviatagli dall’amico Bobi Bazlen, mentre si trovava presso i coniugi Tolazzi, con questa dedica «Loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Quella che i critici ritengono essere con grande probabilità la foto originale delle gambe di Dora è oggi conservata nell’Archivio degli scrittori e delle culture regionali dell’Università di Trieste, e si può dire che sia stata proprio l’“occasione-spinta” che indusse Montale a rappresentare, a più riprese, tra il 1926 e il 1939, il ritratto di questa donna in cui irrequietudine e apatia si fondono per esprimere un disagio al contempo esistenziale e universale, dove l’universalità della sua sofferenza è determinata dall’orrore dell’ideologia nazista, che costringerà Dora a emigrare dapprima a Londra, nel ’38, e poi negli Stati Uniti.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
In questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti! […]
II
La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.

La difficile speranza in una forma di salvezza da opporre all’incedere di un tragico destino è riposta in un “amuleto”, oggetto magico-rituale a cui è affidato il compito di proteggere l’uomo dai mali che lo minacciano. Analoga funzione salvifica è quella del “sempreverde alloro per la cucina”, che da semplice oggetto domestico si eleva a correlativo oggettivo della poesia, in grado di far assurgere la “leggenda” di Dora ad emblema di una sofferenza provata dall’umanità intera, sottraendola all’oblio a cui l’ideologia nazista vorrebbe condannarla.
Una volta arrivata a casa, stanca per il lungo viaggio, mi viene subito voglia di rileggere questa poesia. E penso che ognuno di noi ha il proprio “topo bianco, d’avorio”, un “amuleto” che va cercato e conservato con cura, in grado di risollevare il nostro animo nei momenti di smarrimento.

Consigliato a chi voglia leggere una delle liriche più raffinate del Novecento italiano.

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