02.05.18 IRIDE

IRIDE

La vita a Milano a volte è veramente ripetitiva. Nel mio caso le giornate sono scandite dalla strada da casa verso il bar e poi dal bar verso casa. Non mi aspettavo un lavoro così pesante ma d’altronde… già è tanto se ne ho trovato uno di lavoro. La cosa meravigliosa però è che le possibilità di una grande città rispetto ad un paesino è che qualunque cosa ti venga in mente di fare stai pur certo che la troverai. Vuoi mangiare kosher? Lo puoi fare. Greco? Per favore, ci sono più suvlaki qui che ad Atene. Vuoi andare a ballare il tango argentino o musica tecno oppure hai una voglia impellente di un concerto di musica jazz? Insomma la risposta ormai dovrebbe essere chiara.
Avere possibilità diverse dovrebbe essere una cosa fondamentale per chiunque. Per aprire la mente, per viaggiare anche solo con la fantasia o anche solo da una parte della città all’altra.
Al momento però, nonostante io abbia capito tutto ciò, mi ritrovo a  sprofondare in un abisso di malumore.
Ci sono abituata. Forse. No, in realtà non ci si abitua mai.
Pazienza.
Passerà.
Come sempre.
No, non come sempre.
Decido che se questa città offre delle possibilità a tutti oggi anche io farò parte di quel tutto.
Uscita dal bar oggi non torno a casa, no. Oggi vado in centro, ad osservare i turisti che pagano perché i piccioni gli mangino in testa, a vedere una mostra, qualsiasi cosa. Ho la possibilità di farlo.
Iride, mi raccomando oggi cena decentemente, se continui a soli cereali scomparirai. E onestamente mi sono abituata al tuo culo ossuto quindi… 
Esco divertita, per un po’ voglio che la nuvola nera che mi accompagna da giorni sparisca dalla mia vista.
Mi avvio verso il centro e quando scorgo la magnificenza della cattedrale sobbalzo un poco: ogni volta è come la prima, ci sono talmente tanti dettagli che si potrebbe rimanere ad ammirarla per un anno intero e ancora mancherebbe qualcosa. Da qualche tempo a questa parte hanno messo una biglietteria per entrare in Duomo e di solito c’è una coda infinita. Oggi no però. Un segno del destino? Faccio la fila per poco più di un quarto d’ora e poi entro.

Non ci sono parole per descrivere un’emozione così forte, un complesso architettonico così massiccio ed elegante, con la luce che candida entra dalle vetrate colorate. Secondo me la sua bellezza è irraggiungibile. Ma oggi non mi limito solo a questo. Oggi desidero visitare la parte più nascosta della cattedrale, la basilica romanica simbolo di Milano prima della costruzione del Duomo. Parlo di Santa Tecla. La visita è breve ma emozionante. Non credevo di poter rimanere così colpita, ma i resti di questa antica basilica e del battistero di San Giovanni hanno un fascino e un’attrattiva incredibile. Sono un piccolo tesoro milanese, che tutti dovrebbero conoscere.

Il Duomo e Santa Tecla sono due stadi dell’evoluzione artistica. Andando avanti con il tempo la tecnica si affina e migliora, donandoci i capolavori che elevano le nostre città. Ma sotto di essi si celano le fondamenta, gli stadi precedenti che hanno reso quel capolavoro una possibilità. Possibilità, quanto mi piace questa parola.
Finita la mia visita, rinfrancata e piena di meraviglia negli occhi torno a casa, apro la casella della posta. Mi si gela il sangue. Un’altra busta. Un altro indizio.

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