22.05.2018 VIOLET

VIOLET

SINGLE AND THE CITY 

Come sopravvivere da single nella Milano YMCgay.

PARTE 9.

Il grande ritorno.

“Ciao…. Ieri ero al mare…e mi sei venuta in mente…come stai?”

“Ciao… beato te che eri al mare! Io bene e tu?”

“Bene, grazie. E’ da tanto che non ci vediamo… ti va di prendere un caffè domani?”

“Va bene”

E finalmente, e, in alcuni casi, sfortunatamente, eccolo. Il grande ritorno.

Poche cose sono banali quanto un uomo che ritorna dopo essere scappato a gambe levate a causa un “ti amo” intempestivo.

Non importa quanto sia passato, conosco uomini che sono ritornarti dopo anni, non importa quale sia la motivazione, ravvedimento sui propri sentimenti, solitudine, abitudine o altro, un uomo è statisticamente incapace di chiudere definitivamente una porta che una donna ha lasciato aperta.

Gli basta anche uno spazietto di un dito per infilarci tutta la mano.

Insomma, diciamocelo, difficilmente un uomo si perde la succulenta occasione di tornare da una donna che ha ammesso di amarlo.

A me è capitato diverse volte.

Non riesco ad oppormi ai sentimenti, nonostante le batoste e le fregature, sono ancora una fan delle emozioni. Vivo di queste e a volte mi travolgono.

E presto o tardi arriva immancabile quel momento in cui sento l’estrema esigenza di ammetterlo che sto provando qualcosa, anche se non era calcolato.

Altra mia tragedia: mi innamoro sempre dell’uomo talpa.

L’uomo che appare e scompare, con quel sorriso perfetto da chi sa che può sotterrarsi tranquillamente, tanto quando avrà voglia di saltar fuori ci sarà sempre la persona che aspetta fuori con il martelletto.

A questo tipo di uomini non glielo puoi dire che li ami perché fa parte del loro fascino essere irraggiungibili, non appartenere a nessuno.

Lui è tornato nell’esatto momento in cui avevo smesso di pensare al suo ritorno.

La vita a volte fa veramente paura per come calcola al millimetro le tempistiche.

Aspettavo da mesi un suo cenno e quando mi scrive?

Quando ho da poco cancellato il suo numero.

Decido di accettare l’invito solo per curiosità.

Ma prima di raccontarvi il finale devo necessariamente raccontare il principio.

Dicembre.

Il mio migliore amico gay: “Voglio presentarti un collega di Carlo (il suo fidanzato), credo sia perfetto per te!”

Io: “Te l’ho già detto non amo gli incontri casualmente calcolati e soprattutto non sono alla ricerca di storie, quindi passo”

31 dicembre. Vigilia di Capodanno. Mega festa organizzata dal mio migliore amico gay.

Locale affollato, musica tremenda, open bar.

Un tipo mi urta e noncurante mi passa avanti nella fila al bar.

Io: “Ehi, c’è la fila”

Lui: “scusa non ti avevo vista”

Ma non si sposta.

Io: “La cavalleria è proprio morta”

Lui: “Un cuba libre, per favore e il cocktail che prenderà la signorina”

Paga e con il suo cocktail tra le mani mi passa accanto sorridendo, ma con la faccia da stronzo.

Io rimango impietrita.

Barista: “Allora signorina? Cosa prende?”

Cosa avrei dovuto fare?

Prendere il mio cocktail e tornare a godermi la festa con i miei amici.

Cosa invece faccio?

Io: “Un Cuba libre, grazie”

Prendo il bicchiere e cerco il ragazzo che me l’aveva offerto.

Lo trovo seduto sul bracciolo di una poltrona con tre ragazze accanto.

Beccato, che clichè.

Lui mi vede, io lo guardo dritto negli occhi e appoggio il cocktail sul suo tavolo.

Io: “Strozzatici”.

E me ne vado.

Lui mi corre dietro.

Lui: “Ehi,  non sai accettare un gesto gentile?”

Io: “Non è stato un gesto gentile. Un gesto gentile sarebbe stato ammettere di aver saltato la fila e permettermi di ordinare per prima. Quella era una sfida”

Lui: “E a te piacciono le sfide, o sbaglio?” mi dice ad una distanza pericolosissima.

E poi non so esattamente cosa accede ma pochi istanti dopo ci ritroviamo a limonare pesantemente.

Sono come in preda ad un sortilegio, o sono semplicemente ubriaca.

Quando mette le mani in posti in cui certamente non dovrebbero esserci le sue mani mi stacco e lo spingo via.

Io: “io devo andare”.

E me ne vado. Senza sapere il suo nome. Con molta probabilità non l’avrei visto mai più.

Il giorno dopo.

Il mio migliore amico gay: “Piaciuta la festa?”

Io: “Carina”

Il mio migliore amico gay: “Ma smettila che ti ho visto limonare con il collega di Carlo! Quello che volevo presentarti. Ha chiesto il tuo numero…”

Infatti, poche ore dopo mi chiama.

Quando sento la sua voce da sfacciato mi prende quasi un colpo.

Lui: “Sei arrivata in tempo a casa, o la carrozza è diventata una zucca?”

Io: “Me la ricordavo la tua simpatia dilagante… senti cosa vuoi?”

Lui: “Io non voglio niente.”

Io: “Nemmeno io!”

Lui: “Che fai stasera?”

Io: “Ho un impegno”

Lui: “Puoi ben dirlo, alle 8 da me”

E chiude.

Cinque minuti dopo mi manda l’indirizzo su whatsapp.

Ci vado. Tanto non ho nulla da perdere, se non tutto.

Apre la porta di casa vestito bene, camicia, pantalone elegante.

La casa ha un soggiorno bellissimo e la tavola perfettamente apparecchiata, candele in giro e un ottimo profumo.

Ma chi cazzo è questo? Mr Grey?

Ceniamo. Beviamo. Ridiamo. Beviamo.

Io: “Sai, pensavo fossi un coglione!”

Lui: “E invece?”

Io: “E invece sei un coglione!”

Lui: “Ah ecco”

Io: “Un coglione simpatico, però e che cucina bene”

Ridiamo. Poi ci baciamo e finiamo a fare sesso sul divano, poi in camera.

Ed è un po’ come se i corpi si fossero trovati molto prima delle anime. Sembrano essere fatti apposta per incastrarsi come le tessere del puzzle.

Vado via pensando di aver fatto una cosa folle, che non si ripeterà.

Lui non mi scrive. Io non lo faccio.

Una settimana dopo.Gennaio.

Messaggio whatsapp. Lui.

“A casa mia alle 8”

“Ok”

E così per un po’.

Si ride.

Si fa sesso. Favoloso sesso, come mai prima d’ora.

Non si parla mai di sentimenti. Abbiamo come delle regole non scritte e non dette fortissime.

Niente uscite, niente vita reale, niente compromessi, niente litigi, niente “buongiorno al mattino”.

Solo quelle sere passate insieme.

Tutto così semplice.

Lui: “Mio padre se n’è andato quando avevo cinque anni. Nemmeno me lo ricordo. Che mia madre piangeva tutte le notti si, me lo ricordo.”

Ed io capisco tante cose su di lui. Sui suoi muri, sulla sua maschera da uomo invincibile. Sulla sua solitudine imposta, su quella casa perfetta, asettica, impersonale.

Una casa che non parla di nessuno in particolare. Come se non gli appartenesse. Come se non ci fosse nulla in grado di appartenergli. Nemmeno io avrei mai potuto.

Lui: “E’ assurdo, Viò, certe cose le ho dette solo a pochissime persone. Con te è tutto strano”

Cinque mesi dopo. Maggio.

Il mio migliore amico gay: “Ah ma poi il collega di Carlo l’hai più sentito? So che ora esce con una collega. Ma l’altro giorno Carlo l’ha beccato a limonare con una nel cortile. Mi sa che è stato meglio che io non te l’abbia presentato, sembra essere uno stronzo!”

La sera stessa.

Io: “Ma quante ragazze vedi come me?”

Lui: “Cosa intendi come te?”

Io: “Con quante fai sesso da cinque mesi una volta alla settimana”

Lui: “Ma che ne so nemmeno le conto… ma a te cosa importa? Ti ho sempre detto che non volevo niente!”

Io: “L’hai detto una volta, cinque mesi fa…. Pensavo…”

Lui: “Cosa pensavi?”

Io: “Per te non è cambiato nulla?”

Lui: “No… per te?”

Per me tutto.

Ma non lo dico.  Prendo la borsa e vado via.

Una settimana dopo. Maggio.

Messaggio whatsapp.

Lui: “Ciao ci vediamo?”

Io: “No”

Lui: “Perché?”

Io: “Perché ti amo”

Lui: “Ah. Io no.

Io: “Questo è un problema”

Fine.

Ottobre.

Lui: “Ciao…. Ieri ero al mare…e mi sei venuta in mente…come stai?”

Io: “Ciao… beato te che eri al mare! Io bene e tu?”

Lui: “Bene, grazie. E’ da tanto che non ci vediamo… ti va di prendere un caffè domani?”

Io: “Va bene”

Il giorno dopo.

Non c’aravamo mai visti in un bar. Non di giorno, mi fa un certo effetto.

Si siede difronte a me ed è sempre bello. Non sembra cambiato di una virgola.

Dopo una serie di inutili convenevoli.

Lui: “Ti va se andiamo da me?”

Io: “Perché? Che senso avrebbe?

Lui: “Perchè ci piace… fare sesso con te è…”

Io: “Mi sono innamorata di te. Tu hai detto di no, è cambiato qualcosa?”

Lui: “Violet, lo sai, io non sono in grado. Posso darti questo.”

Io: “E’ stato bello… ma non mi basta più”

Lui resta fermo a guardarsi i piedi.

Io: “Non è colpa tua, non è che non sei capace. Forse in questo momento ti senti talmente vuoto da pensare di non avere nulla da dare. E sai perché? Perché ti prendi per il culo. Pensi che le tue regole, le tue scuse ti impediscano di soffrire. Ma è tutta una presa per il culo, una recitina. Tutti soffrono, ma pochi hanno il coraggio di provare ad essere felici davvero.”

Resta a guardarsi le scarpe.

Io: “Addio.”

Gli do un bacio sulle labbra e vado via.

E se lui è stato attento l’ha sentito il rumore. Quello della porta che si chiude.

Non lo so se quelle parole le abbia mai davvero ascoltate. Io avevo il bisogno di dirle. Forse anche un po’ a me stessa.

Una cosa l’ho capita. Un uomo se torna, torna per restare.

Oppure è meglio che non torni più.

9) Innamorarsi di un uomo che non torna per restare.

 

 

 

 

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