01.10.2018 LA STORIA

Milano, giugno, ore 00.15.

– Ma dove avrò lasciato le mie chiavi, devono essere qui per forza… Andiamo, su, è tardissimo… qui… da qualche parte…

Se avessi un cuore dentro questa corazza di legno bruno sicuramente lo sentirai bussare velocemente, in preda al panico. Di sfuggita vedo che la luce dello sgabuzzino si è improvvisamente spenta. Non si sente nessun rumore provenire da quella parte, cosa sicuramente difficile da ottenere considerato il baccano di appena qualche minuto prima.

– Non è possibile, quando sono venuto al bar devo averle lasciate qui, per forza… Sarebbe il terzo mazzo di chiavi… Come faccio ad entrare a casa…

L’incursore notturno continua la sua frenetica ricerca e io non posso far a meno di sperare che se ne vada il più presto possibile. Ha un viso familiare…

– Niente… Non sono qui…

Confabulando le ultime parole mozzate spegne la luce, richiude la porta, riabbassa la saracinesca e sparisce nel buio della notte. Un’altra porta però si riapre.

– È andato via?

– Sì, sì… Possiamo uscire, via libera.

– Ma chi era?!

– Non lo so ragazze, è davvero strano… Le uniche due persone con le chiavi del bar siamo io e il grande capo… Ma lui è in Messico adesso… – Emilia ha uno sguardo decisamente preoccupato.

– E quindi? Cosa facciamo? Ci scopriranno, vero? Oddio, ci scopriranno e andremo in prigione, lo so succederà… Lo so…

– Margherita, se non chiudi la bocca ti strangolo con le mie stesse mani.

La bella bibliotecaria tace di botto.

– Sentite, alla fine non è successo nulla, no? E poi non è che siamo qui a fabbricare una bomba…

– No, ma facciamo le nostre riunioni nel bar quando il grande capo ti ha detto espressamente di non entrare dopo un certo orario, consumiamo energia elettrica, per non parlare della quantità di tè che ci facciamo la sera…

– Ricordatemi perché non andiamo a casa di una di noi.

– Semplice, perché Violet è la più fortunata di noi e dorme in una stanza singola!

– Quindi? Continuiamo o no?

 

Un pausa silenziosa troppo lunga si insinua tra le ragazze.

– Facciamo così, prendiamoci una pausa di qualche giorno, mettiamo in ordine le idee e… non so, cerchiamo di disperdere gli indizi. Sono sicura che, dopo che ci saremo calmate, potremo continuare tranquillamente con le nostre riunioni.

– Pensi sia necessario, Emi?

– Sì, perché siamo spaventate e non ha senso continuare con la paura di essere scoperte. Siamo tutte d’accordo?

Vedo le teste delle ragazze annuire flebilmente. Non tutte, però.

– No, scusate… Questa è la mia prima riunione… Sono appena tornata e non voglio rinunciarci!

È Ludovica a parlare.

– Ma non ci stiamo rinunciando, semplicemente smettiamo per un po’ – risponde Iride – Giusto?

– Giusto. Allora, a data da destinarsi?

E così le ragazze escono tutte insieme. Torneranno, domani e anche dopo, per un caffè. Rideranno e scherzeranno. Ma queste riunioni, qualsiasi cosa siano, quando ricominceranno? Mi mancherà avere compagnia anche di sera, sentire i loro discorsi, anzi le parole sconnesse che riuscivo a comprendere di tanto in tanto. Ma torneranno… Lo hanno promesso, giusto?

 

Milano, ottobre, ore 23.

– Fate piano, shhhh. Presto, venite!

Bentornate, ragazze.

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