19.2.2019 EMILIA

emilia

CAPITOLO 14
Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro.
La radio è accesa, e per la terza volta in una giornata sento partire una certa intro: In periferia fa molto caldo
Una ridda caotica di pensieri mi assale e ho bisogno di metterli uno dopo l’altro su di un foglio di carta: non mi resta dunque che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 14 – Quella volta in cui ho guardato Sanremo e sulle prime ho pensato che l’Italia fosse un luogo inaspettatamente progredito e poi subito dopo mi sono dovuta ricredere e poi ancora non mi sono voluta arrendere e ho tentato la via del proselitismo, come saggerete da voi nel giro di poche righe

Chi non ha sentito parlare di Mahmood in questi giorni è un ladro, una spia o più probabilmente un amish: Mahmood è dappertutto, in radio con la sua canzone, sui social network in varie forme e dimensioni, in tv con quel sorriso che nemmeno le carezze di Mara Venier sono riuscite a scalfire.
Breve e conciso interludio in cui specifico cosa ne penso della sua vittoria al festival di Sanremo: RAGAZZI CHE BOMBA. La canzone è una figata, lui se la canta che è un piacere, sul palco ci sta una meraviglia e andiamo a testa altissima all’Eurovision.
Eppure, al solito, le polemiche non sono mancate, perché, a quanto pare, l’arte non deve toccare la politica quando piace a qualcuno e invece è asservita alla politica di qualcun altro quando a quel qualcuno fa comodo così. E sia; tralasciando tutte le questioni tangenziali e balorde e le derive razzistoidi che sono seguite alla vittoria (non che non se ne debba parlare, ma ho troppa bile e troppo poco sangue in corpo per poter dire le cose nel modo in cui devono esser dette dalla persona civile che mi pregio di essere), solo su di un punto vorrei spostare l’attenzione di chi ancora non s’è reso conto che la vicenda di questo incredibile ragazzo altro non è che un piccolo passo, sì, per l’umanità, ma un gigantesco passo per tutti gli sfigati del mondo.
Mi spiego meglio.
Quante volte, nel corso vostra miserrima esistenza, l’avete (non giriamoci intorno) presa nel culo, magari da parte di qualcuno a cui volevate molto bene, magari da parte di qualcuno di cui vi fidavate, di qualcuno che con i vostri sentimenti e la vostra fiducia ci si è pulito proprio quel posto lì in cui aveva appena finito di mettervela?
Quante volte, di conseguenza, avete dunque immaginato di essere i protagonisti di una variazione sul tema Bridget Jones che molla Hugh Grant sculettando al ritmo di R-E-S-P-E-C-T FIND OUT WHAT IT MEANS TO ME tra gli sguardi ammirati degli astanti? Quante volte vi siete presi una rivincita postuma da standing ovation che però, malauguratamente, stava soltanto nella vostra testa?
Io parecchie. E ci metto la mano, che dico, due mani sul fuoco che anche per la maggior parte di voi è lo stesso.
Eppure quanti di noi possono dire di essersi mai presi una rivincita reale?
Ecco, Mahmood, a differenza nostra, ha fatto jackpot.
Perciò se non potete rispettarlo come cantante, come musicista, come persona, non potete – guardatevi dentro e siate sinceri, non potete! – mancare di rispettarlo per essere stato la persona reale più incredibilmente cool su cui abbiate avuto la fortuna di posare gli occhi nell’ultima manciata d’anni.

Che la sua vittoria sia per tutti un insegnamento: in un mondo di mentecatti frustrati, siate un Mahmood, che poi è come dire take your broken heart and make it into heart – che se sei un vero fuoriclasse a sua volta si traduce in – prendi il tuo dolore grande, scrivici una bella canzone, cantala davanti a tutta Italia e vincici Sanremo.

E noi, incredula folla in visibilio, a levarci il cappello.

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