25.03.2019 MARGHERITA

margherita

LA BAMBINA CHE AMAVA TROPPO I FIAMMIFERI – Gaétan Soucy

Mi diverto sempre follemente a bazzicare per fiere letterarie alla ricerca di novità, in particolar modo se gli espositori appartengono alla filiera dell’editoria indipendente, una realtà che si batte strenuamente per promuovere la diffusione di prodotti d’alto valore letterario, nel mare magnum delle pubblicazioni di facile consumo proposte dai colossi del settore. In un sabato di quasi primavera non potevo quindi mancare a Book-Pride, la fiera dell’editoria indipendente, che si è tenuta quest’anno alla Fabbrica del Vapore. Dopo aver passato la giornata fra una conferenza e l’altra, circondata da una folla di appassionati lettori e in un’atmosfera di evidente entusiasmo, sono tornata a casa carica di libri e profondamente felice. Fra le mie varie scoperte, non posso fare a meno di parlare di un libro sorprendente, che lascia con il fiato in sospeso sino all’ultima pagina, quando si giunge al disvelamento del mistero che lo anima. La bambina che amava troppo i fiammiferi, dello scrittore canadese Gaétan Soucy, non è ascrivibile ad un solo genere letterario, ma resta in bilico fra romanzo di formazione, racconto gotico e thriller. Storia della scoperta del mondo da parte di due fratelli vissuti in isolamento con il padre, fuori dal tempo e dallo spazio, la narrazione presenta una concatenazione di oscuri enigmi che, a partire dall’identità ambigua dei personaggi, definiti genericamente padre, fratello e Giusto Castigo, culmina con la rivelazione di macabre verità.

Mio fratello e io abbiamo dovuto prendere l’universo in mano una mattina poco prima dell’alba perché papà era spirato all’improvviso. La sua spoglia contratta in un dolore di cui restava soltanto la scorza, i suoi decreti finiti di colpo in polvere, tutto ciò giaceva nella stanza al piano di sopra da cui papà, ancora soltanto il giorno prima, ci comandava in tutto e per tutto. Avevamo bisogno di ordini per non cadere a pezzi, mio fratello e io: erano la nostra malta. Senza papà non sapevamo far niente. Da soli, riuscivamo a malapena a esitare, esistere, aver paura, soffrire.  

L’alterità del microcosmo dei protagonisti si riflette anche nell’uso straniante della lingua, un  idioletto frutto della commistione di elementi gergali, neologismi e termini propri dei romanzi cavallereschi, di cui la narratrice è un’appassionata lettrice. Una riflessione va spesa anche relativamente alla narrazione, o metanarrazione, dal momento che la voce che dice io, come in un gioco di specchi, si ritrae nell’atto di scrivere le proprie memorie.

Sapevo che la mia sola possibilità, se così si può dire, consisteva nel cominciare a testimoniare, sicché ho preso il coraggio a due mani, vale a dire la matita e l’incunabolo, e ho tracciato quella prima frase con le lacrime che mi bruciavano agli occhi: Abbiamo proprio dovuto prendere le cose in mano, mio fratello e io, perché una mattina poco prima dell’alba…, o qualcosa di consimile, perché il tempo manca, tutto mi manca, perché io possa rileggermi.       

Pagina dopo pagina, l’attività conoscitiva del lettore procede parallelamente all’avventura dei personaggi alla scoperta del sé, di un’identità sfumata che assume contorni sempre più nitidi. E in un crescendo di intensità poetica e tragica si compie la storia di una cupa espiazione, che insieme al dolore porta però con sé la speranza di una rinascita.

Consigliato a chi voglia leggere una storia di intensa suspense

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