EMILIA

EMILIA

CAPITOLO 11

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza iperattiva di Iride, che oggi sembra lavorare febbrilmente per tacitare qualche rimestio interiore (che siano affari di cuore? il quantitativo esorbitante di passate di strofinaccio che ha dato ai tavolini sembrerebbe indicare proprio di sì), rende completamente superflua la mia presenza al bancone; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 11 – una poesia alla cui composizione hanno concorso alcune riflessioni riguardanti, tra le altre cose, la manchevolezza della mia terra d’origine, Sfera Ebbasta e il notevole coraggio che deve avere un abitante di Cinisello Balsamo per non diventare un trapper o un depresso cronico

 

Cercavo la musica del mio posto nel mondo

notando che pochi scrivono le canzoni

sui posti brutti

o mediocri

e se lo fanno si sforzano tanto

da uscirne arrabbiati

 

La fortuna è dalla parte di chi trascina il cuore stanco

sulla riva del mare

e lo aspetta guarire

mentre il sole si tuffa dal trampolino dell’orizzonte

e mette insieme le parole gentili

alla luce che rimane

rosa

ancora un po’

 

Dove portiamo noi il nostro cuore ferito?

non c’è brezza

non c’è onda

che lavi via il dolore

al posto nostro

 

Ma c’è sempre un albero

la montagna di lontano

il sorriso del signore che ti conosce da sempre

sotto la tesa del cappello

 

l’abbiamo anche noi

una fortuna

è il talento del superstite

di prendere il buono che c’è

di ascoltare attentamente

e farne comunque

una poesia

una canzone

 


CAPITOLO 10

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza dell’addetto della caldaia che potrebbe riemergere da un momento all’altro dallo scantinato impedisce al mio lato B di mettere il dovuto sentimento nella sua classica performance di Run the world; e si sa che il mio lato B o le cose le fa bene o non le fa. Sia come sia, non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

 

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 10 – nel quale polemica ed equanimità si fanno una scazzottata ma credo vinca l’equanimità, procedere per credere

 

Se è vero che la vita è una scatola di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita è anche vero che, in linea di massima, un cioccolatino è sempre cosa buona e giusta e scegliere tra due cioccolatini non è come mettere in conto che possa capitarti una cosa veramente brutta. Cioè, diciamocelo, la visione della mamma di Forrest era assolutamente parziale e cieca di fronte alle mille sfaccettature angosciose che un fatto può assumere all’interno di un’umana esistenza.

Sì, sono scombussolata.

E la ragione del mio essere scombussolata è Achille Lauro.

Ecco i fatti.

Qualche giorno fa me ne stavo comodamente acciambellata sul mio divano guardando una puntata di X-Factor. Ecco che, sul più bello degli agguerritissimi Bootcamp, Mara Maionchi entra in scena per giudicare i suoi ragazzoni affiancata da nientepopodimeno che, per l’appunto, Achille Lauro.

Ora, con tutta la buona volontà che ci metto, difficilmente posso immaginare un personaggio più grottesco di Achille Lauro.

Storco il naso e già mi parte il fastidio nelle dita.

MA CHE È. MA PERCHÉ.
E poi eccola là, la stoccata, eccolo là che arriva, l’ennesimo coppino che alla vita piace piazzarti lì per ricordarti che altro non sei se non un essere meschino e imbevuto sino all’osso di tutti quei preconcetti che ti pregi di evitare come regola di vita – PAM, tra capo e collo: Achille Lauro è un cucciolone.

Con quella faccia da dandy pluriomicida e lo sguardo vacuo di uno che non sa mettere una parola in fila all’altra, Achille Lauro è un cucciolone, di quelli che cercano di far sentire gli altri a proprio agio, che dispensa complimenti e pacche sulle spalle, che cerca di rendersi gradito e fa volteggiare la Maionchi come una ballerina da carillon.

Boccheggio, il divano mi manca sotto i piedi – ed ecco che, da questa scioccante consapevolezza, inizio ad unire scomodi puntini: sarà mica il primo a stupirmi in questa maniera, i soli talent show hanno esempi da offrire a piene mai – dall’ormai veterano dei bruti dal cuore di panna, Fedez, al collega Agnelli, da J-Ax che non passava una puntata di The Voice senza sciogliersi in lacrime, a Pezzali no Pezzali è sempre inquietante.

Insomma, pare proprio comprovato che l’abito non faccia il monaco; e anche se è altrettanto comprovato che non faccia un buon musicista, chi sono io per giudicare una brava persona? Proprio nessuno.
E tu? Mettiamo che tu possa permetterti di giudicare – chi butteresti nel letto delle spine? Un figlio di puttana che fa delle canzoni decenti, o un tamarro di buon cuore?

Se hai risposto il figlio di puttana, lascia che te lo dica: è così anche per Dio.


CAPITOLO 9

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. Il caffè è semivuoto e la poca luce che entra dalle vetrate crea un’atmosfera sonnacchiosa che ha fatto cascare il naso nel caffè a più di un avventore nel corso della giornata; conosco un solo modo per evitare di fare la stessa fine: prendere il block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 9 – In cui parlo della lacrimevole vita sentimentale di Bobby Vinton perché la mia è ancora più deprimente e non la so nemmeno mettere in musica

 

Rain, rain go away…

Giusto ieri sera stavo cedendo ad un momento di autocommiserazione debilitante e ho pensato di ascoltare questo pezzo del caro Bobby Vinton, per quella cosa che si dice che sentire le disgrazie altrui ti aiuta a ridimensionare le tue (quanto è vero, quanto. è. vero). E di disgrazie abbonda l’adorabile discografia di Vinton Jr., passato alla storia per aver cantato Lonelyyyy I am so lonelyyyy I have nobodyyy to call my ooooooown, insomma non mi sembra che sia necessario aggiungere altro.

Ma torniamo al nostro capolavoro sulla pioggia.

La storia inizia più o meno così: c’è un lui (giovane romanticone), c’è una lei che si trasferisce, giovanissima, di fianco a casa di lui, (la famosa ragazza della porta accanto), e c’è un negozio di caramelle all’angolo dove lui si precipita appena la vede arrivare, per uscirne carico di cioccolatini per lei. Sfiga vuole che in quel momento si metta a piovere e lei inizi a versare fiumi di lacrime sui cioccolatini; al che lui, da bravo uomo del suo tempo, per consolarla comincia a cantare.

Rain, rain, go away…

Chi mai resisterebbe ad un exploit del genere? Io gli sarei cascata tra le braccia e così fa lei, dando inizio alla loro storia d’amore, che procede deliziosamente per anni, diventando un fatto noto per l’intera comunità. Fil rouge dell’intera relazione è il seguente: ogni volta che dal cielo scende una spruzzata di pioggia, ecco i due piccioncini camminare per le strade di Pittsburgh cantando come due citrulli.

Rain, rain, go away…

Ma ecco che le cose iniziano a mettersi male, ma male per davvero: lui se ne va al college, lei promette che lo aspetterà, salvo poi inviargli una lettera in cui gli chiede di scioglierla dalle sue promesse per renderla libera. Lui accetta, che altro potrebbe fare? Ed è adesso che arriva il vero colpo di scena: nel giro di due versi ci vediamo catapultati nel presente della canzone:

Tomorrow you’ll be married

There’s nothing I can do

But wish you sunshine

Now and your all life through


Rain, rain go away…

Tremendo. Straziante. Atroce.

Dopo tutte le canzoni, le lettere e i cioccolatini, lei si sposa con un altro e lui canta il loro motivetto per augurarle giorni liberi da pioggia e infelicità.
Ragazzo mio, che botta. C’è da dire che, per quel che ne so, Bobby Vinton s’è sposato negli anni Sessanta e lo è ancor oggi, con uno stuolo di figli di varie forme e dimensioni.

Una bugia? Tante canzoni sono bugie, eppure da una canzone, da un racconto, da una storia siamo disposti ad accettare quello che nella bocca di un amico suonerebbe come una fandonia bella e buona, una vera e propria disonestà. Eppure l’arte è così – se una bugia è una buona bugia, una bugia bella, e mi fa spegnere l’I-pod prima di andare a dormire con un vago senso di sollievo per aver scaricato le mie frustrazioni su Bobby Vinton piuttosto che farmi venire la gastrite, allora la musica ha compiuto la sua magia, diciamo pure il suo mestiere, e mi ha fatta sentire meglio. E Bobby Vinton, nel 1962, non ha scritto solo una canzone, ma una buona canzone, che è arrivata sino a me passando da una generazione all’altra, e ci ha messe tutte quante a letto, con un bacio.


CAPITOLO 8

Niente mortorio oggi, nella fascia oraria delle tre-quattro, niente mortorio in nessunissimo tipo di fascia oraria, dal momento che è il primo di maggio e me ne sto a casina e saluto i miei lettori da sotto le coperte.
Ma non disperate, amici, non siete solamente la ruota di scorta delle mie ore noiose tra un cappuccino e l’altro: io vi penso anche da qui, e ve lo dimostro come segue.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE PLAYLIST DI EMILIA B.
Capitolo 8 – Sciur padrun da li beli braghi bianchi e tirali fuori sti palanchi, vecchio spilorcio

Primo maggio uguale lavoro (1), democrazia (2) e musica (3) e canzoni tipo Bregovic.

Per farvi entrare degnamente nel clima della giornata ho fatto una pensata: una playlist di Spotify con brani (3) che parlano dei mestieri più disparati (1), cui ognuno di voi potrà collaborare (2) aggiungendo le canzoni che Emilia B. s’è persa per strada o che proprio non conosce e sarà felice di conoscere grazie a voi.

Emilia B. son proprio io, perciò fatemi sapere qual è la vostra canzone vandesfrosa preferita, ma sopratutto ricordate che il primo maggio è fatto di gioia, ma anche di noia, e che la noia noi la combattiamo così.

https://open.spotify.com/embed/user/arianna.bordogna43/playlist/7o74rb7rzwjGhVg3z4Pdtj


CAPITOLO 7

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. Sono ispirata. Prendo il PC e provo a tirarvi su il morale, in questo modo qui.

GLI OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVI QUIZ DI EMILIA B.

Capitolo 7  – Un quiz facile, veloce e inconcludente per scoprire quale disco si addice alla tua primavera

Prima e spero non ultima puntata dei quizzoni di Emilia B, che oggi non ha nessuna voglia di prendere il block-notes e affidare ai posteri le proprie memorie.

Clicca il link qui sotto e dai un senso alla sua giornata:


CAPITOLO 6

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. Quel po’ di dignità che ancora abita in me m’impedisce di disattendere le aspettative di un certo ragazzo di cui leggerete tra poco impegnandomi nella mia migliore imitazione di Thom Yorke che balla; non mi resta che prendere il block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 6 – Una breve storia nemmeno troppo triste riassumibile come La meteoropatia è il mio mestiere, che è davvero un buon riassunto, però l’articolo leggetelo lo stesso

Ieri mattina mi alzo e mi accorgo immediatamente che qualcosa non va. Sintomi del malessere sono: voglia di canticchiare motivetti insulsi, tendenza a versare il caffè nella macchinetta sculettando a destra e a sinistra, desiderio di aprire tutte le finestre e le porte e le ante degli armadi e i doppifondi dei cassetti, capacità di indossare le lenti a contatto senza sentirmi vittima di una tortura medievale particolarmente crudele.

Che cosa mi sta accadendo? Possibile che, mentre dormivo, un qualche spirito benigno abbia posato le labbra sulla mia fronte e mi abbia ridato le energie per affrontare la settimana? Ma soprattutto. Possibile che io sia riuscita veramente a dormire?! Non mi facevo una dormita del genere… diciamo da… ma sì, proprio da…

E finalmente capisco. Non mi facevo una dormita del genere dalla scorsa primavera! Non ci sono dubbi, è proprio successo: la primavera è tornata, portandosi via quella sensazione di inadeguatezza nei confronti della vita che mi tallona per tutto l’inverno e s’infittisce ad ogni nuovo scroscio di pioggia.

Ed eccomi qui, come tutti gli anni, l’imbecille che cammina a testa alta per la strada cantando YOU’D THINK THAT PEOPLE WOULD HAVE HAD ENOUGH OF SILLY LOVE SONGS I LOOK AROUND ME AND I SEE IT ISN’T SO OH NO nella sua testa ma forse anche un pochino ad alta voce, sarà per questo che mi guardano tutti storto, ma signora, la prego, si sieda al mio posto sul tram, ma signore, non faccia complimenti, si metta qui, accanto al palo, ma non si preoccupi, giovane mamma munita di passeggino per gemelli, la aiuto io a portare i pupi giù per le scale, mi sono spezzata la schiena e ho perso l’uso del piede sinistro, ma i bimbi sono salvi, e io continuo a passeggiare per la strada come fosse la cosa più bella che mi potesse capitare a questo mondo meraviglioso.

Durante il resto della mattinata succedono solo due cose: non bevo caffè perché non sento d’averne bisogno e cresce esponenzialmente ad ogni ora il mio desiderio di riguardare 500 giorni insieme. Un classico.

Nel pomeriggio ricevo delle avances indesiderate da un ragazzo alto,  indesiderate quanto giustificate, dal momento che gli tendo la spremuta d’arancia cantandogli IIIIII LOOOOOOOOVE YOUUUUUUUUU. Non rispondo delle mie azioni, ragazzo mio, abbi pazienza.

La sera me ne torno a casa in bicicletta e riesco non solo a non uccidere ma addirittura a non ferire gravemente né la mia persona né quella altrui tentando un senza mani sul manubrio mentre Paul intona I ONLY KNOW THAT WHEN I’M IN IT, IT ISN’T SILLY, LOVE ISN’T SILLY, LOVE ISN’T SILLY AT AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAALL!

Qui è Emilia B. e va tutto bene, ragazzi, va tutto a meraviglia.

Per la seconda sera di seguito me ne vado a dormire tranquilla.

Verso le cinque mi agito nel letto.

Ecco, da manuale: fragore di temporale.

Bentornato, malumore, mio vecchio amico.

Ti canto una canzone triste e dormiamo ancora un po’, che magari domani torna il sole.


CAPITOLO 5

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La primavera che tarda a fare capolino da dietro la cortina di pioggia mi toglie qualsivoglia desiderio di vivere, e conseguentemente di cantare, ballare o dimenarmi in altro modo per il caffè; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 5 – Una serie di congetture avanzate in via puramente ipotetica, ovvero quella volta in cui Dalla mi salvò la vita, sempre in via puramente ipotetica

Metti caso che t’innamori. Può capitare, di tanto in tanto.

Metti caso che per qualche anno sia tutto bello – non nel senso che ogni singolo istante della tua storia sia meraviglioso e insostituibile, ma diciamo che nel complesso, quando pensi a lui per caso, magari perché, pigiata nel vagone del treno, capti una conversazione senza capo né coda e ti dici come vorrei che fosse qui per ascoltarla, ecco in quei momenti il cuore ti si scalda, ed è proprio una sensazione fisica, di qualcosa come un gatto che fa le fusa in fondo allo stomaco e irradia il suo calore fino al cuore, che si ingrossa appena un po’.

Metti caso che tu sia convinta sia lo stesso per lui. Non che tu sia una visionaria: te l’ha anche detto, più di una volta, altorché se te l’ha detto.

Metti caso che un giorno lui arrivi da te con una faccia scura e gli occhi mesti da penitente e ti dica che gli dispiace, che non sa com’è successo, ma si è innamorato di un’altra.

Metti caso che tu, dopo i primi attimi di istupidimento, prendi a piangere, tanto, e gli chiedi di pensarci bene. Non fare cazzate. Non si torna indietro.

Metti caso che lui, sempre armato di quella faccia scura, e degli occhi mesti da penitente, ti dica che gli dispiace, davvero gli dispiace, ma non ti ama più.

Metti caso che allora tu sprofondi qualche metro sotto la terra, e passi i mesi successivi a darci di gambe e di braccia e di unghie e di denti per risalire in superficie, ed è una fatica, ma ogni centimetro che riguadagni all’aria buona è prezioso ed è vivo.

Metti caso che tu sia quasi arrivata in superficie, e chi ti trovi, affacciato al baratro? Proprio lui, l’infame. Sempre con la sua maledettissima faccia scura, e i suoi stramaledettissimi occhi mesti da penitente. Se ne sta lì e ti dice Ho fatto uno sbaglio, torniamo insieme, ti amo ancora, lei non era come te.

Metti che tu, con un rush finale da brivido, trovi la forza di dare le ultime bracciate e riemergi tutta intera, testa, torso, gambe e piedi. Ti sgranchisci, poi ti siedi, lo guardi dritto negli occhi e gli vuoi bene, gliene vuoi per davvero, ma Con tutta la fatica che ho fatto, non torno indietro più, mi dispiace.

Metti caso che lui continui a tormentarti per settimane con lettere, messaggi, improvvisate e telefonate.

Metti caso che sempre più spesso ti capiti di pensare Magari mi sono sbagliata. Magari mi amava veramente. Magari era l’uomo della mia vita. Magari dovrei tornare con lui.

Metti caso che andando al lavoro, una mattina, ti fermi a prendere un caffè volante al bar sotto casa.

Metti caso che parta una canzone.

 Canzone, cercala, se puoi.

Dille che l’amo e, se lo vuoi,

Va’ per le strade e tra la gente,

Diglielo veramente,

Non può restare indifferente,

E se rimane indifferente

NON È LEI.

 

Mi tolgo il cappello che non indosso, Lucio, e mi lascio alle spalle dubbi, supposizioni e tormenti, perché la verità è chiara e tersa come questa mattina di marzo: l’uomo della tua vita lo riconosci perché, in un modo o nell’altro, ci stai insieme tutta la vita.
Perciò, per quanto potesse sembrare, dopotutto, non era lui.

Non è mai lui, se se ne va.


CAPITOLO 4

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La neve che fiocca abbondante fuori dalla finestra crea un silenzio ovattato e bellissimo e fa correre la mia mente lungo riflessioni che hanno bisogno di esser messe per iscritto; non mi resta che spegnere la radio, prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 4 – Poesia scritta col lapis con cognizione di causa

Non si può vivere in assoluto
silenzio
non si sfugge
al rumore di fondo
gridare – tacete
per ottenere la quiete
restituisce silenzi scomodi
e irreali

e chi ha bisogno di tappare le bocche degli altri
per ascoltarsi parlare
non è creatura armonica
di questo universo
che ancheggia
ad un unico ritmo
di queste galassie
che vibrano all’unisono
secondo la legge di natura

se la natura è brusio da distinguere
strato a strato
il canto dell’uccello
intonato
è il più prezioso
di tutti


CAPITOLO 3

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. Il mio precario stato di salute m’impedisce di mettermi in maniche di camicia per passare lo straccio e perdere quel poco di voce che mi rimane straziandomi le corde vocali sulle canzoni del Boss, da vera working class hero del Wisconsin; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 3 – Come anticipato nel cappello introduttivo, una giornata no

SONO LE NOVE ANZI È MEZZANOTTE, E TUTTI I BARBOGI DEL PIANETA, SEDUTI SUL SOFÀ, SORBISCONO SHERRY, MENTRE CHI AMA IL ROCK ED IL ROLL È PRONTO A ROCKARE E A ROLLEGGIARE ANCORA UNA VOLTA. SIETE SU RADIO ROCK E IO SONO LA CONTESSA, E CONTO SU DI VOI PER IL CONTO ALLA ROVESCIA, ALL’ESTASI, E AL ROCK… ALL DAY. AND ALL. OF THE NIGHT.

E poi è partita All Day and All of the Night, per davvero.
E poi ancora ero talmente sbronza che sono volata giù dal divano dove mi ero arrampicata per la mia dichiarazione, con buona pace dei Kinks.
Annoto rapidamente che nessuna porzione del mio corpo è rimasta più che ammaccata da quello che ieri pareva un ruzzolone giù per una scarpata alpina e che stamattina, a mente lucida, si è rivelato essere un capitombolo a bassissimo rischio, e mi appresto senz’altro indugio a riavvolgere la mia immaginaria pellicola per rintracciare gli antefatti di questa deplorevole storia: eccomi lì, ieri sera, diciamo verso le otto, mentre mi preparo per la festa di laurea della mia amica Teresa. Teresa ha una bella testa, ha sempre avuto una bella testa; e ora il suo centodieci con la distinzione della lode conferma al mondo intero quello che non mi sono mai stancata di dire a tutti quelli che fossero stati disposti ad ascoltarmi. Ma continuo a divagare; dunque, mi preparo, esco di casa, andiamo in quel posticino carino in centro dove puoi prendere oneste sbornie senza ipotecare la casa, cominciamo a festeggiare. Solo che: non è che la mia vita in questo periodo sia il massimo della serenità, non è che io e le mie amiche, da che mi sono trasferita qui a Milano, ci vediamo proprio spessissimo, perciò quando ci vediamo è festa grande, non è che io abbia le mani bucate, ma era giorno di paga e la generosa scialacquatrice che alberga in me si è, come dire, lasciata prendere un poco la mano – offri di qui, e offri di là, un sorso per tacitare cervello e coscienza, l’altro per celebrare col doveroso entusiasmo l’en plein della mia camerata, insomma è andata a finire che la distanza sino a casa l’abbiamo coperta grossomodo nel doppio del tempo che ce ne metterebbe la mia arzilla ma non precisamente atletica vicina di casa di ottantacinque anni, percorrendola interamente a zig-zag, in quelli che, sono sicura, passeranno alla storia come i due chilometri stile zio Reginaldo.
Ed eccoci tornati alla scena d’apertura: sono in piedi sullo schienale del divano, un paio di grosse cuffie alle orecchie, gli occhi puntati sulla mia amica pronta a schiacciare play proprio sul finire del mio discorso: SONO LE NOVE ANZI È MEZZANOTTE, E TUTTI I BARBOGI DEL PIANETA, SEDUTI SUL SOFÀ, SORBISCONO SHERRY… è stato proprio l’entusiasmo per il perfetto tempismo con cui il riff di All Day and All of the Night ha coronato la mia impeccabile interpretazione del Conte di The Boat That Rocked che Philip Seymour Hoffman, perdonami, ti faresti un pelo più in là?, a farmi rovinare dal divano.

Insomma, oggi sono qui, il viso che riluce d’una adorabile tonalità di verde e i Kinks che mi fanno le piroette nello stomaco. Eppure il mio cuore è lieto. Qual è la morale da trarre, dunque, da questa storia, o posteri?
La morale è che vado un attimo al bagno, ma, nonostante tutto, quando tornerò, sarà la stessa cosa di ieri, dell’altro ieri, di oggi e degli anni che verranno: evviva il rock ‘n’ roll, evviva l’amicizia, evviva quelli che soffrono e ci cantano su (con l’ausilio assolutamente sporadico di bevande alcoliche, che sia chiaro, mia intrigante posterità) una volta, e due, e un due tre e…

TA TA DA TA DA DA DA DA
I’M NOT CONTENT TO BE WITH YOU IN THE DAY TIME

Ora però vado al bagno, solo un attimino.


CAPITOLO 2

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza rumorosa di un gruppo di turiste (visibilmente) nordiche mi impedisce di lavare i vetri ancheggiando su Dancing in the street; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.
Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.
Capitolo 2 – Ovvero una giornata qualunque, ma in compagnia di John Mayer

Ho un metodo tutto mio per sfuggire al logorio della vita moderna, al solito tran tran di casa lavoro lavoro casa, insomma per sfuggire a una giornata qualunque: prendere un disco con cui sono andata recentemente in fissa e farmi un Ordine del Giorno assegnando ad ogni ora o particolare attività una canzone, in modo che m’accompagni come una bella storia, portandomi per mano momento noto dopo momento noto, abitudine dopo abitudine, attimo consueto dopo consueta noia, per rendere ogni cosa un po’ meno nota, e abitudinaria, e consueta, e noiosa.
Scrivo questo un po’ perché è una tattica che funziona davvero, e vorrei affidarla ai posteri in qualità di memoria un poco più significativa nel mare delle sue oltremodo poco significative compagne; un po’ perché casca proprio a pennello: qualche giorno fa, infatti, ho ascoltato The Search For Everything e non sono più riuscita a scrollarmelo di dosso, nel bene e nel male; tant’è che ho deciso di passare, l’indomani, una deliziosa giornata qualunque, ma in compagnia di John Mayer.
Dal momento che la preparazione del succitato ODG richiede un quantitativo non indifferente di studi preparatori e analisi preliminari, per poter associare ad ogni attività la sua giusta colonna sonora, e per far risaltare la bellezza del pezzo sposandolo proprio a quell’attività che meglio ne esalta le qualità, ho deciso di trascrivere qui la mia personale tabella, che potrà essere, all’occorrenza, sensibilmente modificata dai posteri che decideranno d’imbarcarsi in quest’avventura. Ecco dunque la tabella di marcia che permette di godersi il disco e la giornata al meglio – provare per credere.

Ore 6:30 – sveglia con Theme from “The Search for Everything”, per aprire gli occhi gradualmente e senza batticuore; John è già lì, seduto sulla poltrona nell’angolo, un poco appollaiato sull’orlo per non schiacciare i vestiti abbandonati la sera prima; ha un bel sorriso e sorrido anch’io.
Ore 7:00 – dopo una rapida colazione, è il momento di vestirsi e truccarsi: Moving On and Getting Over e m’infilo i calzini col giusto groove; John mi passa un capo alla volta e mi prega di mettere la giacca pesante; perché mia madre riesce a infilarsi anche nelle mie fantasie?
Ore 8:00 – finalmente sul tram: è il momento di sbiadire un po’ dello smalto acquisito durante la vestizione per concedermi un tocco di commiserazione debilitante con In the Blood e lo sguardo appuntato sul tuttoniente in movimento fuori dal finestrino; John, in crisi pure lui, comincia a fare delle domande scomode: chi sono cosa ci faccio a questo mondo da dove vengo riuscirò mai a essere la persona che voglio ma poi lo voglio veramen…; segue, sulla stessa scia, Never on the Day You Leave.
Ore 8:30 – l’arrivo al Caffè mi scrolla di dosso i pensieri importuni: mi rimbocco le maniche e inizio a lavorare; c’è un grembiule anche per John; non gli sta affatto male.
Ore 8:30-13:00 – io e John canticchiamo Love on the Weekend nell’orecchio delle coppie di innamorati ai tavolini del Caffè; loro si scambiano sorrisi di complice intesa; io e John ci diamo un cinque alto sopra la testa.
Ore 13:00 – pausa pranzo può significare una sola cosa: schiscetta nell’angolo più remoto del parco e Rosie a tutto volume negli auricolari; il particolare dell’angolo più remoto non è di secondaria importanza: esso permette di allenarsi a scimmiottare correttamente gli interventi della chitarra nel brano, lontano da sguardi indiscreti; John sta seduto sul prato e cerca di non ridere di me.
Ore 14:00-18:00 – tornati al lavoro, io e il mio complice riusciamo a mettere due o tre volte di fila Helpless, di straforo, alla radio del Caffè; qualche cliente se ne accorge e mi lancia occhiate in tralice; ci tocca desistere.
Ore 18:00-18:45 – ritorno dal lavoro a piedi per respirare un po’ d’aria buona e dare il tempo che si merita a Changing; guardo il cielo che cambia, insieme a me, e al mondo, e alle persone che amo, e a quelle che non amo più… John mi è accanto, cangiante, e silenzioso.
Ore 19:00 – mi invento una commissione qualsiasi da fare in automobile per poter ascoltare Roll It on Home, che è una canzone da macchina come poche ne ho sentite nella mia vita; me ne asterrei se fosse una giornata piovosa, dal momento che, come ogni canzone da macchina che si rispetti, ha bisogno d finestrini abbassati e volume un po’ maleducato; ma è una bella giornata, e John ondeggia ritmicamente sul sedile del passeggero salutando i passanti con la mano.
Ore 19:45 – preparando la cena ascolto Still Fill Like Your Man e batto il cucchiaio di legno a tempo alternativamente sul coperchio della pentola e sul fianco della padella; John si congratula con me per essere riuscita a non mandare a fuoco l’intera cucina.
Ore 21:00 – mentre lavo i piatti, metto Emoji of a Wave, e piango; dico piango e lo faccio sul serio, perché questo gioiello di canzone è uno di quei pezzi che quando stai male poi stai peggio, e si è guadagnata, sin dal primo ascolto, un posto d’onore nella playlist che le mie amiche chiamano Erreccì, cioè Radio Crepacuore; John non c’è, sarà al bagno.
Ore 24:00 – vado a dormire con You’re Gonna Live Forever in Me che è come una carezza, o un bacio della buonanotte.

Life is full of sweet mistakes/and love’s an honest one to make/time leaves no fruit on the tree
But you’re gonna live forever in me,I guarantee,it’s just meant to be.

John picchietta le corde sempre più piano, sempre più piano…
Sfruttando i miei ultimi momenti di lucidità prima di sprofondare nel sonno lo ringrazio di cuore, per una deliziosa giornata qualunque che tra poco, daccapo, ricomincia.


CAPITOLO 1

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza di una coppietta che tuba senza un minimo di decenza proprio nel tavolino accanto all’entrata mi impedisce di spalmarmi, sinuosa, sul bancone, con il giro di basso di Come Together nelle orecchie; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.

Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Capitolo 1 – frizzante e un po’ polemico, come una giornata di novembre

Sono tante le cose che ho la pazienza di tollerare: i clienti sgarbati, i compagni di corso spocchiosi, i milanesi che s’accapigliano, mandandoti gambe all’aria, per un posto in metro alle otto del mattino; qualche volta persino quel libro brutto che, andando contro una mia precisa filosofia, porto a termine, protraendo i tormenti e sottraendo tempo alla lettura di uno dei troppi libri meravigliosi che aspettano solo di essere da me scoperti e che non scoprirò mai a causa di questo unico, miserabile libro-supplizio a cui voglio dare una chance perché quella cara amica ne ha parlato bene, e non è possibile che le sia piaciuto un prodotto a tal punto privo di valore, dovrei ricredermi su di lei, per non dire sulla nostra amicizia, ma no, dai che, tra qualche pagina, cambia e ti piace… e poi finisce e ti ha fatto schifo proprio.

Eppure trovo la forza di superare persino questo sgambetto del destino, e di non far naufragare un solido legame d’amicizia evitando di discutere dei meriti del beneamato di lei con un colpo da maestro vecchio come il mondo “no, assolutamente, era solo il libro sbagliato al momento sbagliato”. E tanti saluti.

Insomma, sono dotata di un notevole talento per l’ingoiare rospi; ma c’è un rospo che proprio non riesco, non posso ingoiare, non più: com’è possibile che, dopo che ce la siamo dovuti sorbire per un’estate intera, ancora in radio passino Riccione dei TheGiornalisti?

Dico sul serio. Se metto il naso fuori dal caffè probabilmente me lo ritrovo spolverato di neve. E ancora mi devo scoprire a canticchiare SOTTO IL SOLE SOTTO IL SOLE DI RICCIONE DI RICCIONE a ogni momento della giornata?

Perché il vero problema non è la canzone in sé; lo sa il cielo quante canzoni che passano in radio non mi piacciono, eppure non finiscono per farmi diventare matta. Il problema di questa qui è che ti si appiccica addosso. Come colla. Per esempio, adesso ho appena scritto come colla, e già nella mia testa è partita la solita solfa: COME COLLA COME COLLAe così come per la colla, per tutto il resto. Ho passato tutta l’estate a cantarci sopra qualsiasi cosa: da MA CHE CALDO MA CHE CALDO a DAI CHE HO FAME DAI CHE HO FAME, mi ha accompagnato nei momenti di distensione – AH SI DORME AH SI DORME – e nei momenti critici – DOV’È IL BAGNO DOV’È IL BAGNO -, in attimi di gioia – ECCO IL MARE ECCO IL MARE – e di prostrazione – È GIÀ SETTEMBRE È GIÀ SETTEMBRE -; alla fine delle vacanze mi sono persino scoperta in grado di costruire intere conversazioni sullo stesso, maledettissimo, fraseggio musicale:

io: CIAO TERESA CIAO TERESA (Teresa è una mia cara amica, nda)

Teresa: CIAO EMILIA CIAO EMILIA

I: CHE FAI OGGI CHE FAI OGGI

T: PRENDO IL TRENO PRENDO IL TRENO

I: E DOVE VAI E DOVE VAI

T: A TORINO A TORINO

E così via.

Un’estate di torture.

Ora, c’è da dire che l’idea dei TheGiornalisti di trasformare in un ritornello-cerotto una frase delle più sfruttate nel periodo estivo è encomiabile. Avete mai fatto caso a quanto spesso si dica “sotto il sole”, in vacanza? Ci ho fatto caso io: tante, troppe.

Perciò, ecco, mi è venuta questa idea: perché, se è vero che non tutto il male vien per nuocere, non bruciare i TheGiornalisti, o chi per essi, sul tempo, e scrivere una canzone a tema natalizio/invernale? La tattica da usare sarebbe sempre la stessa, cioè scegliere una frase, o porzione di frase, o interiezione tra le più sfruttate nei mesi freddi, in modo che ogni volta che la gente pronunci la frase o porzione di frase o interiezione incriminata non possa fare a meno di cantare la mia canzone.

Ho pensato a qualche opzione, ma non è facile: tutte le esclamazioni del tipo “SI GELA”, “CHE FREDDO” e “MA COM’È CHE FINO A IERI SI MORIVA DI CALDO E ADESSO DEVO METTERE SCIARPA, GUANTI E CAPPELLO” sono un pelo inflazionate, o di difficile collocazione metrica (mi riferisco soprattutto all’ultima); “BABBO NATALE NON ESISTE” è deprimente, mentre “HAI SCRITTO LA LETTERINA?” potrebbe funzionare, ma ha forse un target troppo ridotto. “ALLACCIA FINO IN ALTO” andrebbe fortissimo tra le mamme di tutto il mondo, ma potrebbe innervosire tutte le piccole vittime delle zip alzate a velocità della luce, il che non rappresenta una grandissima mossa di marketing. Rimane l’opzione “È IL 23 E NON HO ANCORA COMPRATO I REGALI”, ma andrebbe necessariamente corredata di una parolaccia o imprecazione, e non so se mi prenderei un tale rischio, volendo dar vita ad una hit – questi radiofonici sono ancora un pelo bigotti.

Insomma, è una bella gatta da pelare. (È UNA GATTA È UNA GATTA)

Mi prenderò un caffè per pensarci su. (DA PELARE DA PELARE)

O non ci penso più?



PROLOGO

Solito mortorio nella fascia oraria delle tre-quattro. La presenza solitaria di un ragazzo al tavolo nell’angolo mi impedisce di mettere I want to break free a tutto volume, acchiappare l’aspirapolvere e avere i miei cinque minuti di gloria tirando a lucido il pavimento in tacchi e minigonna; non mi resta che prendere il mio block notes e passare il tempo affidando ai posteri le mie oltremodo poco significative memorie.

Cominciamo.

LE OLTREMODO POCO SIGNIFICATIVE MEMORIE DI EMILIA B.

Prologo – un poco malinconico, come tutti i prologhi che si rispettino

Wheat kings and pretty things

Let’s just see what the morning brings

Questa mattina è iniziata così. Ho aperto la serranda del caffè presto, prestissimo.

Mi sono messa il grembiule cercando di ignorare il nodo che mi impediva di deglutire.

Wheat kings and pretty things

Let’s just see what the morning brings

Ne ho fatto un mantra, di questa canzone.

I Tragically Hip, nel cantarla, avevano in mente gli sterminati spazi dell’Ontario; io, il mio paesello di campagna, qualche centinaio di metri quadri inspiegabilmente salvati da quel processo di abbruttimento – e imbruttimento, santo cielo, che imbruttimento – che da Milano si è espanso a macchia d’olio nel suburbano, trasformando ogni cascinale in un condominio marrone carruba, ogni bicocca in una fabbrica metallurgica e ogni appezzamento adibito alla coltivazione cerealicola in un campo sportivo che odora di plasticaccia.

Ma pensare al paesello non aiuta il mio buonumore, che stamattina gioca a nascondino.

Wheat kings and pretty things

Let’s just see what the morning brings

Non ci pensare, Emilia, non ci pensare. Non se lo merita, che tu ci pensi.

Dopo il modo in cui ti ha trattata, ha avuto il coraggio di scriverti quella lettera abominevole. Ha avuto il coraggio di chiederti di perdonarlo, e di ricominciare daccappo. L’ha fatto.

Ma tu non ci pensare.

Wheat kings and pretty things

Let’s just see what the morning brings

Mentre preparo il primo caffè della giornata per zia Mame, la cliente stravagante delle 7:05 che potrebbe benissimo aver ispirato il personaggio di Patrick Dennis, mi sono scoperta in grado di fare ben quattro cose contemporaneamente: scaldare il latte alla macchinetta; imbastire un’espressione bonariamente interessata ai racconti infarciti di “cara” e “tesoro” e “ci crederesti mai” della signora; cantare tra me e me “Wheat kings and pretty things/let’s just see what the morning brings”; cercare disperatamente di ricacciare in gola le lacrime.

“- …ci crederesti mai? Certa gente è talmente priva di buon gusto, priva di buon gusto, tesoro. Grazie mille per il caffè, cara, e passami una buona giornata, che te lo meriti: i tuoi sorrisi mi ridanno fiducia nel genere umano, tesoro, bellissimi, bellissimi.”

E se ne esce dalla porta agitando la mano.

Sono riuscita a rendere felice una persona con un sorriso e nemmeno la stavo ascoltando.

Qualcosa di buono da questa giornata ne deve venire, per forza.

Wheat kings and  pretty things

Let’s just see what the morning brings

La luce comincia ad inondare la strada davanti al bancone del bar.

Non mentirebbe mai: sarà una splendida giornata di sole.

 

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