GIULIA

GIULIA

GIULIA

“La vita è un’opera di teatro che non ha prove iniziali. Quindi canta, ridi, balla, ama, piangi e vivi intensamente ogni momento della tua vita, prima che cali il sipario e l’opera finisca senza applausi.” (C. Chaplin)

 

Io sono Giulia, per la mia famiglia e gli amici Giulietta.

Sono nata con la passione per il teatro, o meglio mi piace pensare di essere stata scelta dal teatro.
Probabilmente il nome del personaggio Shakesperiano mi ha segnato.

In realtà alla mia vocazione hanno contribuito i miei genitori: papà tecnico luci e mamma costumista.

Si sono innamorati durante una produzione di “Romeo e Giulietta”, tra luci rosa e stoffe vellutate, ecco il motivo del nome.

Grazie a loro ho iniziato a gattonare dietro le quinte dei teatri, dove potevo godermi prove e messinscene.

Poi quando non mi è più bastato respirare l’odore di legno e ascoltare le storie lasciate dagli spettatori sulle poltrone della platea vuota, ho iniziato a frequentare un corso di recitazione, per scoprire cosa si provasse a stare dall’altra parte.

Da quel momento non ho più potuto farne a meno e l’aula di teatro è diventata il posto dove poter essere me stessa, attraverso i personaggi che hanno sempre arricchito la mia storia, la mia verità.

Ho 19 anni e frequento un’accademia di teatro.

Amo osservare il mondo e le persone intorno a me per trovarne qualcosa di teatrale e trarre spunti per interpretare.

Il teatro è la mia splendida debolezza.

Ciò che studio in accademia mi piace portarlo fuori, perciò spesso esco vestita e truccata in modo strano, rivolgo la parola a estranei che diventano interlocutori del mio personaggio e osservo le altre persone come fossero spettatori della mia scena… ma, giuro, attraverso quegli abiti, quelle battute e quelle maschere vi mostrerò me stessa.

“Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti.”
(W. Shakespeare)

È di questo che parlerò: delle situazioni imbarazzanti in cui mi sono trovata interpretando qualcun altro, e di ciò che ho imparato sulla vita attraverso le opere di grandi drammaturghi.

Merda! Merda! Merda!

 

BLANCHE DUBOIS

“E così il faro che si era acceso sul mondo si spense per sempre.
E mai più da allora ha brillato una luce più forte di questo mozzicone di candela”

 

E così entrai nel bar.

Mi stavo recando verso l’Accademia di recitazione e quel giorno avevo realmente esagerato con l’anticipo.

Arrivo sempre in anticipo, perché il ritardo mi mette ansia, mi vergogno di entrare in un posto dove sono già tutti pronti ed essere fulminata da quegli sguardi “puntuali”.

Ma quel giorno avrei dovuto aspettare troppo tempo davanti al portone.

E così entrai nel bar.

Chiamarlo bar è da denuncia, le specialità sono panini grondanti di grasso, scarafaggi e liquori serviti dalle 5 del mattino a ragazzi devastati usciti dalle discoteche e ubriaconi certificati.

Era una follia, lo sapevo, ma era l’unico posto aperto… mannaggia a me e alla mia ansia!

Come se non bastasse quel giorno avevo un trucco molto luminoso, i boccoli appena fatti, un abito verde smeraldo lungo fino a metà polpaccio, un pellicciotto bianco, scarpe beige con tacco a rocchetta e, oltre allo zainetto di tutti i giorni, una valigia antica di legno, con dentro il necessario per interpretare Blanche Dubois, la protagonista di “Un tram che si chiama Desiderio” di Tennesee Williams… insomma tutto il necessario per non passare inosservata di fronte a ubriaconi sudaticci e arrapati.

Blanche è figlia di un ricco proprietario terriero del Mississippi, una donna elegante e sofisticata, che nasconde una forte inquietudine dovuta all’alcool, ai debiti e a un passato difficile.

Così mi atteggiavo da donna più grande, con il fascino della donna matura che ha avuto molte esperienze e seduta al tavolino del bar ammiccavo ai clienti e giocherellavo con la collana di perle sul décolleté.

Pessima idea, perché di fronte avevo un omone con capelli lunghi neri, labbro leporino che scopriva denti marci e scheggiati, sguardo poco affidabile e mani pelose che stringevano, probabilmente, il ventottesimo rhum.

Poi il colpo di genio: <<un Whisky, per favore!>>.

Erano le 7 del mattino… Non dimenticherò mai lo sguardo perplesso del cameriere al momento dell’ordinazione: <<Un Whisky? Sicura, ragazzina? Jack Daniel’s va bene?>>, <<Sì, quello che c’è. Giusto un goccetto. Grazie, caro>>… e la risatina ammiccante del pirata di fronte: <<Offro io, splendore!>>, <<Grazie tesoro>>, risposi…

Imbarazzata e, ammetto, un po’ spaventata, per i suoi continui occhiolini, mi girai di spalle.

Io e il mio Whishy.

Ovviamente non lo bevevo, ma ripassavo il monologo con il bicchiere tra le mani e lo sguardo fisso nel vuoto.

Blanche Dubois si innamora del giovane poeta Allan Grey, il quale la sposa per nascondere la propria omosessualità….

“Lui cercò aiuto da me, ma io non lo sapevo…”

…e quando trova il marito in intimità con un altro uomo non lo accetta e si lascia sfuggire la delusione e il disgusto.

“Poco dopo uno sparo”.

Dopo il suicidio di Allan Grey, la depressione di Blanche, l’alcool, i debiti, i rapporti con sconosciuti e i deliri di una donna tanto affascinante quanto sola, in un dramma forte, controverso e ambiguo.

E così uscii dal bar.

Sipario.

 

MIRANDOLINA

“Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata.
Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne.”

 

<<Buongiorno, dovete ordinare?>>

Nei week end lavoro in un ristorante, in una piccola locanda nella periferia milanese.

Entrando nel locale sembra di entrare in una casetta di campagna, tra travi di legno e tavoli assemblati con tronchi di albero e tappi di bottiglia.

L’ambiente è familiare, sembra di essere ospiti a casa di parenti del sud, che offrono piattoni di pasta al ragù con le migliori pelate locali, peperoni, melanzane e ortaggi del giardino siculo, olive schiacciate dalla zia pugliese, vino lucano doc e dolci campani al ba(bà)cio…

<<Buongiorno, dovete ordinare?>>, perciò è la battuta d’ordine di ogni week end… Ma quel sabato di gennaio le cose non andarono in modo così usuale…

In accademia stavo studiando Mirandolina, la protagonista de “La Locandiera” di Carlo Goldoni.
Il personaggio lavora in un locale fiorentino frequentato da nobili e aristocratici.

È l’emblema della donna indipendente, padrona del proprio destino e consapevole della migliore arma di seduzione femminile: la parola.

Non agisce mai per amore, solo per profitto economico o per capriccio, attraverso un gioco seduttivo capace di far cascare tutti ai suoi piedi.

Quel sabato di gennaio ero Mirandolina, femminista e determinata, pronta a divertirmi improvvisando le maniere di una cameriera ammaliante, capace di intortare e far innamorare tutti i cavalieri, gli aristocratici e i forestieri… o meglio tutti i clienti.

Perciò, camicetta bianca con ultimo bottone slacciato per far intravedere il seno, gonna larga settecentesca, scarpe da carattere, grembiulino con merletto giallo canarino e chignon elaborato con riccioli sbarazzini sul volto incipriato…

La mia figura quel giorno era parecchio ingombrante a causa della mole della gonna, e caotica, visto che mi aggiravo come la padrona del locale tra ordini e consigli.

Parlavo con linguaggio arcaico e intrattenevo colloqui ridicoli con i mal capitati…

<<M’inchino a questi cavalieri, che domandate lor signori?… Ehm, volete ordinare?>>, <<Vorrei l’arrosto con le patate>> … <<Uh, che mai ha detto? L’eccellentissimo signor marchese mi sposerebbe? Eppure, se mi volesse sposare, vi sarebbe una piccola difficoltà: io non lo vorrei. Mi piace l’arrosto, e del fumo non so che farne>>.

E come se non bastasse, ogni tanto mi avvicinavo ai tavoli per convincere le ragazze a non cedere alle lusinghe di uomini o spasimanti, ma a essere indipendenti, a godersi la propria libertà, a trattare con tutti senza innamorarsi di nessuno.

“Voglio burlarmi di tante caricature di amanti spasimati: e voglio usar tutta l’arte per vincere, abbattere e conquassare questi cuori barbari e duri, che son nemici di noi, che siamo la miglior cosa che abbia prodotto al mondo la bella madre natura”

Tutto questo finché non entrò lui: alto, moro, occhi penetranti, fisico scolpito e sorriso mentadent.

A quel punto ho messo da parte l’indipendenza e ho svelato tutte le carte di Mirandolina, e mostrandomi intelligente e brillante, sensuale e gentile, ho conquistato il nobil cavalier.

Così ho conosciuto il mio attuale ragazzo.

Perché si sa: una donna può ottenere quello che vuole, ma l’amore resterà sempre la sua debolezza.

Sipario.

 

NINA

“Io credo, e questo mi allevia il dolore, e quando penso alla mia vocazione,
non ho più paura della vita.”

 

 “Io sono un gabbiano, no sono un’attrice”

Durante gli studi e la carriera, ogni attrice incontra sempre quel personaggio che più la rappresenta, o più la emoziona.

Spesso quel personaggio è Nina da “Il Gabbiano” di Cechov.

Nina è la figlia di un ricco proprietario terriero e sogna di fare l’attrice, ma la sua vita si prospetta complicata, intensa e difficile a causa di un amore più grande di lei e un figlio perso troppo presto.

La vita da attrice è faticosa, soprattutto dopo la fine del suo amore, quando sola e abbandonata, recita in una compagnia di provincia e non riesce più a ritrovare se stessa e il proprio talento.

Era una giornata di primavera inoltrata e ormai gli ultimi fiori erano sbocciati, quando in accademia dovevo presentare il monologo di Nina.

Non dico che mi rappresenti in pieno, né che sia diventato il mio cavallo di battaglia, ma di certo mi ha emozionato più di ogni altra battuta mai recitata e mi ha aiutato a convincermi sempre di più che questo è il mio sogno.

“Adesso sono una vera attrice, recito con piacere, con entusiasmo, quando sono in scena mi sento eccitata, mi sento bella”.

In quelle righe scorreva lenta tutta la mia vita… le delusioni, i primi no, la paura di osare e sperimentare, l’ansia di non essere all’altezza e del giudizio e poi la sensazione di libertà e completezza che provo quando recito.

Era l’ultima lezione della giornata e decisi di uscire senza cambiarmi.

Indossavo un vestito bianco che scendeva morbidissimo lungo il corpo e svolazzava a ogni passo, i muscoli del volto erano distesi, un tenero sorriso era stampato sulle mie lebbra e camminavo sentendomi sollevata dal terreno. Era come volare.

“Io sono un gabbiano, no sono un’attrice”. Era l’unica frase che frullava nella mia testa.

Intorno a me c’era silenzio, tutto era immobile, non c’erano né le voci delle persone né i suoni del traffico della città.

Mi sentivo libera, bella e viva.

Io camminavo e la strada si liberava per me, gli occhi di tutti si giravano al mio passaggio, ero un gioiello prezioso.

“Faccio lunghe passeggiate a piedi e mentre cammino penso, penso e mi rendo conto che di giorno in giorno cresce la mia forza interiore”

Mi sentivo così soddisfatta e sicura di me da pensare che da un momento all’altro sarebbe successo qualcosa di meraviglioso e mi sarei sentita il punto di connessione dell’universo.

E così fu.

Meraviglioso e puntuale.

Il palo che reggeva il manifesto pubblicitario “L’Universo”, il Centro Commerciale… diritto al centro del volto.

Un bel naso gonfio e sei punti sulla fronte… Grazie Cechov!

Sipario.

 

MAŠA

 “Tra il bosco e il mare c’è una quercia verde, e sulla quercia una catena d’oro”

Ero a casa, indossavo dei semplici jeans, una maglietta nera, calze anti sdrucciolo pelose viola a pois e ricci al naturale: ero me stessa.

Svaccata sul divano leggevo per l’ennesima volta la pièce che stavamo studiando in accademia, “Tre sorelle” di Cechov, ma da lì a poco avrei dovuto abbandonare quel libro tanto amato per prepararmi e uscire con la mia migliore amica.

Il dramma Cechoviano parla di tre sorelle, Olga, Maša e Irina, figlie di un generale russo morto da un anno.
Vivono insieme con il fratello Andrej e sognano di trasferirsi a Mosca per fuggire alla mediocrità della vita di provincia, dove vivono in una villa frequentata da nobili e ufficiali e da Nataša, della quale è innamorato e che sposerà Andrej.

Il tempo passa e ogni aspettativa svanisce, il destino è inappellabile e concede solo pochi istanti di breve felicità.

“Quando assaggi la felicità a singhiozzi, col contagocce, poi la perdi, come me, per forza ti inasprisci, diventi una furia… Ho l’inferno qua dentro. Ecco, le nostre speranze, dove sono andate a finire… Migliaia di persone hanno costruito una campana, l’hanno tirata su, spendendo montagne di denaro e di fatiche: e all’improvviso è caduta e s’è rotta: in pezzi… all’improvviso, senza un perché.”

Poi un incendio scuote la calma in famiglia, puntuale e dissacrante come ogni colpo di scena Cechoviano, e il fuoco sembra avere il potere di far saltare i rapporti tra i personaggi, corpi sospesi, inadeguati, allo stesso tempo comici e tragici, che sentono il peso della sofferenza e dell’ingiustizia, senza riuscire a trovare il senso alla vita e la realizzazione dei propri sogni.

“Per me l’uomo deve credere in qualche cosa, o deve cercarsi una fede, se no la sua vita è vuota, vuota… Vivere e non sapere perché volano le gru, perché nascono i bambini, perché in cielo ci sono le stelle… O si sa perché si vive, e se no è uno scherzo idiota…”

Io stavo studiando Maša, la seconda sorella, sposata con un professore più grande, una relazione fittizia e ormai senza amore.

“M’hanno sposata a diciotto anni, avevo terrore di mio marito, perché era professore, e io avevo appena finito il corso. Mi sembrava terribilmente colto, intelligente e importante. Ora non più, purtroppo.”

All’inizio della pièce è irritata e scontenta, tanto da voler uscire di casa senza festeggiare il compleanno della sorella minore Irina, che attende gli ospiti.

“Torno stasera. Ciao, tesoro. Tanti auguri, ancora, tanta felicità, tanta. Ai tempi di papà a queste feste venivano trenta, quaranta ufficiali; c’era chiasso, vita; oggi, tre gatti e il silenzio della steppa… meglio che me ne vada… sono un po’ bisbetica, oggi, non sono allegra: non ci badare. Non ne parliamo, adesso ciao, cara, me ne andrò da qualche parte.”

Prende giacca e cappello, sta per uscire, quando arriva il colonnello Versinin, uomo maturo, vittima di un matrimonio infelice, filosofo continuamente assillato dall’interrogarsi su come sarà il mondo dopo di noi, affascinante e misterioso…
e a quel punto: colpo di fulmine.

Maša si toglie giacca e cappello e resta alla festa.

“Voglio confessarvi una cosa, care sorelle. Se no sto troppo male! Lo confesserò solo a voi, poi non dirò più niente a nessuno, mai… Adesso, subito… È il mio segreto, ma voi dovete saperlo… Non posso più tacere… Sono innamorata, innamorata… di qualcuno che… era qui un secondo fa… insomma, perché farla tanto lunga… sono innamorata di VerŠinin.”

 

Ore 20: sono in ritardo.

Mi precipito in camera per preparami, una ventina di minuti e sono pronta.

Prendo giacca e cappello, sto per uscire, quando suona il campanello…

Mio padre esce dalla cucina soddisfatto: << È un mio caro amico, sta sera cena qui. Peccato che non ci sei>>

…Apro la porta: il caro amico di mio papà e il figlio del caro amico di mio papà.
Il bellissimo figlio del caro amico di mio papà.

Giulia si toglie giacca e cappello e resta alla festa. (La sua migliore amica la perdonerà).

 L’ho sempre detto: il teatro mi perseguita.

Sipario.

 

TITANIA

“E tutta questa progenie di mali è generata dai nostri litigi, dalle continue nostre ostilità;
noi soli siamo i loro genitori, l’unica e sola loro scaturigine”

La domanda giusta al momento sbagliato.

Era una domenica pomeriggio, era primavera, ma i grigi nuvoloni in cielo non promettevano bene.

Si sa, anche le stagioni e le temperature seguono un ordine irregolare e incontrollabile.

Sarà che anche le stagioni si sono adeguate a un mondo che sembra correre al contrario dove c’è chi muore perché si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato, dove dopo anni di lotte e campagne si viene giudicati ancora per il colore della pelle, la sessualità e il fisico, dove si pensa solo ai propri successi e al benessere personale, senza fermarsi se qualcun altro ha bisogno.

La domenica non abbiamo lezione in Accademia, ma é aperta, quindi é possibile prenotare le aule per ripassare, provare e urlare senza svegliare e indispettire tutto il vicinato di casa.

Quel giorno avrei ripassato Shakespeare e in particolare il personaggio di Titania da “Sogno di una notte di mezza estate”.

La commedia parla d’amore, di magia, di equivoci, coppie che si rincorrono e coppie che si amano, incantesimi e litigi in un bosco incantato, dove oltre agli abitanti di Atene, fate e folletti, si svolgono anche le prove di una compagnia di attori eccentrici.

Titania è la regina delle fate, la protagonista del mondo fatato descritto da Shakespeare.

Avevo prenotato l’aula alle 15, ma ovviamente ero in anticipo ed era ancora occupata, quindi aspettavo che si liberasse nel bar di fronte.

Così tanto in anticipo da aver già avuto il tempo di indossare i vestiti per il personaggio (un abito bianco di pizzo, un velo verde acqua, delle ali enormi verdi e azzurre e una corona di fiori); di ordinare un caffè, una fetta di crostata alla marmellata e un biscotto al cioccolato.

E tra un morso e l’altro ripetevo il monologo.

“La primavera, l’estate, l’autunno
di messi gravido, l’irato inverno
van mutando la lor consueta veste;
e il mondo, sbalordito,
non sa più riconoscere dai frutti
qual sia di questa stagione, qual quest’altra.”

Titania sta litigando con Oberon, il marito, che si preparerà a farle un grande dispetto con l’aiuto del folletto Puck.
E i loro screzi stanno modificato il corso della natura.

“E i venti,
sdegnati per dover fischiare invano
per noi, per vendicarsi,
si sono volti a suggere dal mare
contagiosi vapori, e questi, poi,
rovesciandosi in pioggia sulla terra,
hanno talmente gonfiato di boria
anche il più striminzito fiumiciattolo,
da farlo tracimar fuori dagli argini”.

L’amore, nella sua forza, con le gioie e le delusioni può stravolgere il tempo?

E tra un verso e l’altro e mi tornò in mente la telefonata di qualche minuto prima, che aveva anticipato di qualche secondo le enormi gocce di pioggia che scendevano lungo la vetrina del bar.

<<Amore, non fare così… ho capito, ma dopodomani iniziano gli esami in accademia e devo studiare il monologo! Sì, ok… lasciami parlare! Non è che non voglio passare il tempo con te, ma ho da studiare, se non usciamo una domenica non crolla il mondo, ci vediamo stasera… ok ciao.>>.

In amore si litiga, ma ciò crea delle voragini, così come la pioggia rovina le facciate dei palazzi e infanga le aiuole, la neve provoca dei solchi nel terreno e il troppo caldo nel momento e nel posto sbagliato scioglie lastre di ghiaccio indispensabili… ma poi si fa pace e torna sempre un bagliore o una luce che riordina.

Mi dispiaceva aver litigato, ma ovviamente utilizzavo quel dolore per poter rivivere i sentimenti di Titania, anche lei risentita, e inoltre responsabile insieme con il marito del disorientamento delle fate e della rovina dei boschi incantati.

E mentre addentavo l’ultimo pezzo di biscotto al cioccolato, e si sa, l’ultimo pezzo è sacro: <<Scusa, per caso riesci a vedere se piove ancora?>>

La domanda giusta al momento sbagliato.

<<Sì. Piove ancora. Ma non guardarmi con quella faccia, non è solo colpa mia! Sicuramente anche altre coppie hanno litigato oggi. Faremo pace e non è solo colpa mia, è lui che non riesce a capire che per me gli esami in accademia e il teatro sono importanti. Oh.
E per causa di queste disturbanze
noi vediamo alterarsi le stagioni:
brine canute nel vermiglio grembo
cadono nella rosa mo’ sbocciata
e sovra il capo calvo e raggelato
del vecchio inverno sta, come per scherno,
calcata un’odorosa coroncina
di vivaci e leggiadri fiori estivi>>.

E detto ciò, tra gli sguardi perplessi, pagai ed uscii, sotto la pioggia.

Per fortuna si erano fatte le 15.

Sipario.

 

MATTO

“Un matto, un matto! Ho incontrato nella foresta un matto,
un bel matto, un matto variegato”

<<Va bene, come vuoi, giochiamo!>>

Avevo nove anni quando interpretai il mio primo personaggio.

Era lo spettacolino finale del mio primo corso di teatro, e non sapevo che a distanza di dieci anni avrei rincontrato quel ruolo tanto amato.

Ero piccina piccina, un po’ in carne e con dei corti ricciolini schiacciati sulla testa, d’altronde non conoscevo ancora i miracoli prodotti dalla spuma “ricci perfetti”.

Lo spettacolo era una versione per bambini della tragedia “Re Lear” di Shakespeare e io interpretavo il Matto.

Il Matto è il giullare di corte di Re Lear e, come in molte opere Shakespiriane è portatore di verità, e nella sua follia, con giri di parole e domande a trabochetto svela il senso di tutto il testo e nasconde in sé il tragico, che si cela dietro mille colori e risate.

A distanza di dieci anni mi ritrovai a interpretarlo di nuovo, con una maturità diversa e un nuovo costume meraviglioso: cappello da giullare, casacca, gonna e scarpe a spicchi giallo, rosso, verde e blu, calze verdi e manicotti gialli.

Amavo quel costume e lo indossavo anche a casa e saltellavo per il salotto ripassando le battute, pretendendo da chiunque di essere ascoltata.

Quel giorno ero in casa da sola e nessuno poteva darmi retta o leggermi le battute degli altri personaggi, ma il vestito era lì a guardarmi, con il copione minaccioso affianco.

E poco dopo eccomi lì, calze, scarpe, cappello e abiti indossati, copione a terra accanto a me a esibirmi davanti all’unico che potesse ascoltarmi in quel momento.

Ciao, mi presento, chi sei tu?
io sono il Matto, vuoi essere mio amico
Con me puoi tingere di blu tutto quello che vuoi tu

Mi dicon che son matto, ma tanto a me che fa?
È bene ciò che dico, non è mai una falsità.

E se assaggi un po’ di brio
Capirai che è tutto mio

Sono folle, un po’ diverso,
Ma, ti giuro, che son nato
Come te, nel modo stesso

Una mamma sola e stanca
Che mi ha visto con la manca

Ma ha pensato “in fondo bello”
Un po’ strano, e assai monello

E poi un tale lord non fesso
Inglese mi ha dato voce
Con un enorme successo

È teatro, e lo si sa
C’è chi mente e chi ha realtà

Con un gesto e una parola
Puoi far pianger la pignola

Ma questo non son io
Oltre al riso so far piangere
Ma sempre e solo con brio

Le mie battute, ripetute a voce alta, in ginocchio, all’unico che potesse ascoltarmi:
il mio cane.

Con i suoi occhi neri mi fissava perplesso, senza muovere un pelo, indeciso se scappare preoccupato alla ricerca di una padrona normale o se avvicinarsi per darmi un zampa sulla spalla, abbaiando: <<Sì, mamma, come dici tu. Ora prendi un calmante e vai a dormire>>.

Poi prese la sua decisione.

Si allontanò da me, non curante delle mie espressioni da pagliaccio, prese la pallina tra i denti e me la lanciò violentemente addosso.

<<Va bene, come vuoi, giochiamo!>>

Sipario.

 

TOPASTRA

“È una bugia, un sogno… un sogno che faccio ogni tanto a occhi aperti… il sogno d’esser trattati, per una volta nella vita, con la dignità che si meriterebbe, anche noi… noi là di sotto.”

Perché la gente è cattiva.

La “Topastra” di Stefano Benni è uno dei monologhi ai quali sono più affezionata. Non è una pièce, è solo un monologo, scritto con maestria ed eleganza da un meraviglioso Benni che ci ha regalato un testo brillante, divertente, a tratti comico, ma allo stesso tempo forte e con un significato che in realtà non fa proprio ridere.

Al monologo sono molto legata in quanto l’ho recitato al provino per entrare in accademia e ha portato fortuna.

Pochi giorni fa mi è tornato in mente e mi ha fatto riflettere su quanto sia attuale e profondo.

Dietro le parole e le vicende della topolina narrante si nasconde il problema dei pregiudizi nei confronti della diversità, del razzismo, di come i più forti schiaccino i deboli “là di sotto” accusati di “nuotare nella merda”.

Un grido dal basso delle fogne contro una razza umana violenta e depredatrice nei confronti della natura.

“Ma il canale, di merda, chi l’ha riempito? Io? No, tu l’hai riempito, col tuo culone, caro il mio giovanottone, e tu bambino col tuo culino, e lei signora pescivendolona con quella parabolica di chiappona che la si ritrova!”.

Quel giorno ero in metropolitana e ho assistito a una scena che mi ha fatto accapponare la pelle e ricorderò sempre amaramente.

Perché la gente è cattiva.

E discorsi come quelli della topolina di Benni dovrebbero sentirsi più spesso, non solo da chi viene trattato male, ma anche da chi lo circonda perché spesso non si è abbastanza forti per difendersi da soli.

Entra un signore anziano, canuto, con gli occhi sbarrati visibilmente stanco, trasandato, sudaticcio.

Un barbone? Uno straniero? Un pazzo? Uno che ha avuto un incidente? Un drogato? Un ubriacone? Una persona triste? Un uomo sconvolto? Un depresso? …

Che importa?
A prescindere, la presenza di una persona non dovrebbe indispettire.

E invece la gente intorno ha iniziato visibilmente a mostrare sdegno, disgusto, a commentare con il vicino, a guardare male, a scostarsi.

Perché la gente è cattiva.

“Per forza arrivano i topi, sono attratti dalla sporcizia”

“Papà è vero che i topi attaccano le malattie?

“Li vedo sempre nel canale dietro casa mia, nuotano nella merda”

Ed eccolo lì, il teatro con le sue storie, sempre puntuali ad accompagnare i miei momenti.

Il monologo di Benni scorreva lento nella mia memoria e la forza delle sue parole vibravano come se volessero spingermi ad agire.

“Allora la facciamo finita con questi appellativi: pongaccia, sorcaccia, pantegana, mardona… ma che è? Io mica vi chiamo: lardosa, schifosa, bavosa, fracicone, finocchione, lurido ladrone… ecc… Insomma di qui in avanti mi dovete chiamare cosi: signora Topa!”

E invece nulla, ero pietrificata, riuscivo solo a mostrare un fragile sorriso al signore cercando di mostrargli il mio aiuto, ma con troppo poco.

Non avevo la forza di affrontare quella platea insensibile, razzista e crudele, perché nella vita purtroppo non sempre riusciamo a comportarci come i super eroi delle opere teatrali e il male, ahimè, a volte lo lasciamo vincere.

Sipario.