IRIDE

IRIDE

CAPITOLO UNO

’45°27′51″N 9°11′22″ E’.
Osservo le coordinate con attenzione, come ipnotizzata. In questo momento mi sento come se fossi un tuffatore alla sua prima gara. So di poter saltare ma guardare giù fa paura, come mai prima.
Al momento sono un misto di emozioni contrastanti, sono agitata ma determinata, impaurita ma elettrizzata, felice ma triste.
Aspetto il treno.
Ripenso a quello che è successo.
Facciamo un passo indietro.

Non ho mai avuto un padre. Non chiedetemi quale storia tragica ci sia dietro. Non la conosco nemmeno io. Non chiedetemi quante volte io abbia litigato con mia madre per conoscere la verità. Le sue labbra sono sigillate da un segreto che non ha intenzione di rivelarmi. Lasciandomi con la sola e triste realtà. Non ho mai avuto un padre.
A volte mi sveglio nel cuore della notte, accendo la luce, mi guardo allo specchio e mi osservo. Per ore. Intensamente. Osservo ogni minimo particolare del mio viso. Capita poi che nel pomeriggio io mi sieda sul marciapiede. Da sola. Scrutando i visi corrucciati o allegri delle persone che ignare passano sotto il mio sguardo indagatore. Cerco un segno. Un segno del mio viso nei visi degli altri. Cerco lui.
Ho sempre sentito annidarsi dentro di me segreti chiusi come dentro un vaso di Pandora. Mi dicevo che Forse era meglio non averli mai scoperchiati, tutti i mali del mondo sarebbero potuti uscire e rendermi peggiore di come sono adesso.
Però sarei completa. Saprei veramente chi sono e scoverei nel mio animo forse sì, i mali del mondo ma forse no. Forse soltanto me stessa.

Un giorno poi, un giorno nuvoloso, con quella luce bianca fastidiosa che non ti permette di vedere bene arriva una lettera. Oddio, dire lettera forse è troppo. È poco più di una cartolina.
“Non troverai le radici dell’albero osservando le foglie”. Il quadrato bianco racchiude questa semplice frase. Cerco invano il mittente, ma la busta è gelidamente scarna. Prorompe imponente il mio nome, l’indirizzo. Poi basta. “Non troverai le radici dell’albero osservando le foglie.”
Decido di non farci caso.
Un altro giorno. Questa volta c’è il sole. Un’altra busta. Gelida, bianca come la neve. “Siamo uno risultato di due.” Sembra che qualcuno si stia prendendo gioco di me. Universo, cosa mi vuoi dire? Io sono una risultato di una, so che mi manca qualcosa, so di non essere completa, non so nemmeno chi sono, Ma che cosa vuoi da me? Conosco ciò che mi manca, non so da dove provengo, conosco ciò che sono ma non lo conosco affatto ma allora cosa devo fare?
E poi la terza busta, quella che sto tenendo in mano adesso. Quella con le coordinate geografiche. Pensavo che non sarei mai riuscita a scrollarmi di dosso la provincialità del mio insulso paesino di campagna, pensavo che mi sarei abituata prima o poi a vivere una vita che ho sempre sentito non mia. Non conoscevo via di fuga.
Ma adesso sì. La conosco. Tengo in mano la mia via di fuga.

Con un borsone pieno di vestiti presi alla rinfusa, un portafogli mezzo vuoto e un indirizzo parto.
Destinazione Milano.

CAPITOLO 2

‘Il treno FrecciaRossa 9747 per Torino P.ta Nuova è in partenza dal binario 12’.
I miei primi cinque minuti a Milano sono scanditi dalla voce calda e familiare dell’annunciatore in stazione. Sono spaventata, smarrita, Confusa. Tutto è grande. Tutto è veloce. Tutto mi schiaccia con la sua frenesia.
La stazione è completamente diversa da quelle a cui sono abituata, tutto è grande, tutto è veloce, tutto è diverso. Non mi ricordo neanche da dove sono partita, probabilmente non è importante. So solo che l’ho fatto.
In una tratta breve o forse lunga, già non lo ricordo più, come quella che da dove ero mi ha portato a dove sono adesso ho capito che come un treno anche la nostra vita segue dei binari che rigidamente ci indicano la strada da seguire. Solo che nel nostro caso siamo noi a dover creare quei binari, a salire sul treno e a Comandarlo, a seguire quei tratti dritti o curvi. Non siamo costretti a guardare solo fuori dalla finestrino.
Tutto ciò che sto facendo adesso, il decidere di partire con niente se non la speranza di comprendermi, le emozioni che sto provando adesso e quelle che proverò, tutto questo è un pezzo del mio binario. “Non troverai le radici dell’albero osservando le foglie”. Questo è il mio percorso. Scavare nel profondo per far riemergere le mie radici e far appassire finalmente quelle foglie superficiali che non lasciavo cadere dal ramo perché timorosa fosse palese la mia totale imperfezione.

Presa dai pensieri salgo e scendo scale, ascolto i passi e i rumori delle valigie, esco e respiro, a pieni polmoni.
Sembra quasi di nascere una seconda volta. Continuo il mio cammino. Voltandomi mi rendo conto che la stazione trasuda magniloquenza, sicurezza; con il suo marmo bianco si erge compatta e solida.
Milano è una città che spaventa. Spaventa perché è un misto tra la severità del passato e la precarietà del futuro. Ma è solida e concreta.
Milano è un misto di colori e di suoni distinti, un crocevia di popoli e tradizioni diverse, un posto per chi come me ha bisogno di ricominciare partendo dall’inizio, facendo rewind per poi premere play.
Attraverso la strada, devo prendere il tram. Ne vedo due tipi, che viaggiano a direzioni opposte.
Il tram è il mezzo di trasporto che più di tutti segna il divario tra ciò che è e ciò che è stato.
Il passato ha come rappresentante il mezzo di trasporto giallo e marroncino, con le panchine in legno e la cabina del conducente aperta, con un cartello affisso con scritto ‘vietato parlare al conducente’, anche se alla fine con il conducente due parole si scambiavano perché è così che si viveva, ognuno nelle parole dell’altro. La tradizione cede il passo a degli enormi treni bianchi e verde, con le panchine di plastica Con poco spazio per le gambe e la cabina del conducente ermeticamente chiusa. Perché è così che si vive oggi, non ci interessano le parole degli altri.
Decido che preferisco il passato, la tradizione. Troppo facile chiudere tutto e pensare di non diventare dei robot senza emozioni. Io alle emozioni tengo. Sono loro che mi hanno portato fin qui.
Quando scendo dal tram verde cammino per un po’, attraverso vie, percorro marciapiedi, giro due angoli.
Via Ludovico Muratori.
Il mio viaggio parte da qui.

p.s Il Tram è un vero e proprio cimelio del particolare museo a cielo aperto che è la città di Milano. Sono ormai talmente folcloristici che sono stati anche oggetto di rifacimenti per scopi ulteriori: famoso è ormai ATMosfera,che avendo rimodellato la struttura originaria della vettura, offre la possibilità di cenare in movimento, avendo come scenario i romantici luoghi milanesi; o ancora il “tram sauna”, offerto da QC terme Milano, che concilia relax, modernità,suggestione e tradizione.

CAPITOLO 3

‘Un passo, due passi, cinque passi, venti passi, sto correndo metto un piede dietro l’altro sempre più velocemente uno due, uno due, veloce, sempre più veloce torno indietro perché sento di aver dimenticato qualcosa forse perderò l’aereo allora più veloce, sempre più veloce non ho più fiato ma devo tornare indietro uno due, uno due, resisti ce la puoi fare, respira, ancora, più veloce, veloce arrivo, salgo le scale, cerco veloce, velocemente, salgo a due a due, non resisto, non ce la faccio, sono arrivata, apro la porta ecco, lì, sul letto, quattro stracci, ecco ho dimenticato degli stracci ma io mi ricordavo dei vestiti, perderò l’aereo, devo tornare indietro veloce, uno due, uno due, gli stracci bianchi buttati sul letto, uno due, veloce, velocemente, con affanno sempre più veloce fino alla fine, fino alla fine’.
Quando mi sveglio sto ancora correndo. Il sudore sulla mia fronte è rugiada mattutina. Sono affannata, faccio fatica a respirare. Ho una sensazione di impotenza che mi attraversa le viscere. Spalanco gli occhi e osservo il soffitto bianco. Attendo di capire cosa il mio inconscio sta cercando di dirmi. Correvo a perdifiato perché credevo di aver dimenticato qualcosa di importante ma alla fine, quando effettivamente si scopriva il telo ecco il nulla più totale. Correvo per degli stracci, per qualcosa di assolutamente inutile che credevo importante, ma in realtà stavo perdendo di vista un qualcosa di molto più concreto: l’aereo per tornare a casa.

Adesso so perché il mio cervello ha creato delle immagini così specifiche; sono partita perché sentivo fosse la cosa giusta da fare ma nella realtà sono passati due mesi da quegli indizi di giugno e ancora tutto tace. Sono qui da due mesi e sento che l’universo forse ha esaurito le cose da dirmi. E se fossi partita solo per ritrovarmi tra le mani degli stracci? Se pensando di scoprirmi capissi in realtà che la ricerca di mio padre, la ricerca della vera me vale poco più di un mucchio di stracci?
Chiudo gli occhi. Questi pensieri mi fanno male. Chiudo gli occhi e mi addormento. Un sonno senza sogni.

Sono a Milano da due mesi e il più grande traguardo che ho raggiunto è quello di cominciare ad abituarmi alle diverse dimensioni di tutto ciò che mi circonda, anche se faccio ancora fatica ad accettare la sensazione di totale solitudine che mi accompagna da quando ho mosso i primi passi per venire qui. L’unica persona che ho conosciuto finora è la mia fredda,apatica e a tratti antipatica padrona di casa. Ma solo perché era necessario darmi le chiavi, prendere l’acconto, spiegarmi come si accende il gas.
In due mesi, solo io, me e me stessa alla ricerca anzi, in attesa di un segno.
Decido che basta, ora esco e vado al parco,prendo un telo e mi metto a leggere. Se mi devo crogiolare nella solitudine almeno lo faccio in compagnia di un buon libro.
Esco, ma prima vado a comprarlo, quel libro. Alle spalle di Porta Romana c’è una piccola libreria, La Tramite si chiama. Uno di quei luoghi che si capisce subito che sono magici, con il campanello alla porta che annuncia il tuo arrivo e ti catapulta in un mondo di assoluta perdizione libresca, con gli scaffali ordinati in modo casuale, con i libri di Camilleri mischiati con quelli di Calvino, e i volumi di Ken Follet vicino ai libri per bambini a simboleggiare il totale caos del sapere oppure la magia della lettura, che può renderti adulta come farti tornare bambina.
Entro e me ne innamoro istantaneamente. Vivo due ore in compagnia di mille personaggi diversi, alcuni come me sono alla ricerca di se stessi,altri ricercano l’amore,altri ancora un occasione per redimersi. Decido di comprare “Odette Toulemonde”, una raccolta di racconti di otto donne diverse, con vite diverse. Lezioni di felicità si intitola uno dei racconti. Se non è questo il fato io non so proprio cosa sia. I libri hanno la capacità di esserci sempre, come dei veri amici, sanno sempre cosa dire e quando dirlo, non sbagliano mai.
Con rinnovata fiducia esco dalla libreria. Mi dirigo verso la metro. Prendo la linea gialla e poi quella rossa. Cammino fino a quando non scorgo di fronte a me i cancelli del parco Indro Montanelli.

Varco i cancelli e vengo accolta da tanti rumori e odori differenti.
Prendo il telo, lo stendo e mi sdraio. Apro il libro e comincio la lettura.

P.s La libreria di cui parlo in questo brano purtroppo è stata chiusa. Segno di tempi che non leggono più o leggono poco. Dopo anni di sofferenze, in cui ero quasi l’unica cliente, La Tramite chiude. Chiude una parte di Milano antica, di una Milano che ama la cultura.
Ma la cultura non si arrende, non deve farlo.
Continueremo a leggere e a farci baluardo del bello e dell’antico pur rimanendo al passo con i tempi. La primavera c’è. E anche se perdiamo un po’ di magia sotto il peso della noncuranza, sarà nostra cura preservare quella che rimane.

CAPITOLO 4

Quando chiudo il libro il sole sta cominciando la sua lenta discesa verso la notte. Ho letto tutto il giorno, quasi in apnea. Stesa sul mio telo mi passato un paio d’ore al confine tra le parole del libro e il brusio indistinto delle voci in mia compagnia.
Mi rialzo e cammino verso l’uscita, forse è meglio che io torni a casa. Anche se è una casa vuota, con nessuno ad aspettarmi.
Una musica soave cattura la mia attenzione.
Contrabbasso, tastiera, tromba, in armonia, una voce calda e graffiante che li accompagna.
È jazz.
Presa dalla curiosità mi avvicino fino a quando non scorgo una band. Suonano sotto uno stuolo di lucine, come se fossero tante piccole stelle. La cantante sembra in un pianeta tutto suo; tutto intorno a lei è sfumato, esiste solo una melodia fatta di suoni gravi e acuti, per un momento esiste solo lei. E gli occhi puntati ad osservarla. Lei lo sa e se ne compiace. Si vede da come si muove voluttuosa.
Ecco il suono grave del contrabbasso.
E quello frizzante della tromba.
E quello dolce della tastiera.
Anche per me tutto è sfumato.
Quando mi risveglio dal torpore musicale mi giro e vedo un cartello. “Al chiosco di Pippo, Jazz in the park ogni domenica”.

Milano è anche questo. Musica, cocktails, un tuffo nel passato, negli anni ’20, negli anni ruggenti del Jazz e del Charleston.
Mi siedo e mi gusto quei suoni provenienti da un altro tempo.
La band finisce, io applaudo convinta, poi ritorno al mio di tempo e decido di tornare a casa. Questa volta per davvero.
Attraverso tutto il parco, devo raggiungere la fermata della metropolitana.
Un rumore di passi. Monotono e ripetitivo sulla ghiaia secca, proprio dietro di me.
Forse un altro passeggiatore occasionale.
Poi osservo meglio.
Mi accorgo che quel passante assomiglia ad un ombra che mi segue, che mi osserva.
Immediatamente, presa da una paura ingiustificata, il cuore comincia a battermi veloce. Aumento il passo e cerco di uscire dai cancelli il prima possibile.
Metto i piedi l’uno di fronte all’altro fino ad arrivare a correre. Mi sento come braccata e seguita e spiata poi rallento. Mi giro. Non c’è nessuno.
Forse sono solo stanca. Anzi sicuramente.
Rallento, prendo fiato.
Scendo le scale della metro, sorpasso i tornelli.
Chiudo la porta, mi sento al sicuro.
Il giorno dopo, un lunedì.
Nella mia casella della posta.
Un indizio. Il quarto.
“Coraggio: forza d’animo nel sopportare con serenità e rassegnazione dolori fisici o morali, nell’affrontare con decisione un pericolo, nel dire o fare cosa che importi rischio o sacrificio”.
Capisco in quel momento di aver avuto ragione.
Qualcuno mi stava spiando, mi conosceva e mi seguiva.
dovrei esserne terrorizzata. Invece sono sollevata.
Pensavo di aver fatto un errore. Pensavo di aver seguito un’illusione.
Invece no. Avevo avuto coraggio.
È strano ma mi ritrovo a sperare che chiunque stia seguendo il mio percorso e le mie decisioni non mi lasci da sola.
Anche se adesso, adesso non mi sento stupida. Mi sento coraggiosa.
E per ora questo mi basta.

p.s “Jazz in the park”, organizzato da “Electric garden” al “Chiosco di Pippo”, è l’appuntamento della domenica per gli amanti del genere e per tutti coloro che desiderano gustare un drink in accompagnamento a musica live al parco. Dalle 19 alle 23, l’ingresso è libero.

CAPITOLO 5

«Ora basta Iride, non ho intenzione di sottostare ai tuoi deliri post adolescenziali! Questa è una follia! Torna a casa, ora. Non hai soldi, come farai?…»
Attacco la cornetta prima che abbia la possibilità di continuare ad insultarmi. Sbuffo. Ha ragione. Non ho più soldi. A malapena mi bastano per l’affitto del mese, cosa farò?
Esco per schiarirmi le idee. Mia madre ancora non ha capito quanto io sia effettivamente determinata a rimanere qui. Può anche piangere, insultarmi, minacciarmi. Io qui rimango. Punto e fine.
Presa dai pensieri non mi rendo neanche conto della strada che sto facendo.
Ma cosa ne sa lei. Cosa sa lei di me. Non ha mai tentato neanche un minuto della sua vita a capirmi.
Continuo a camminare imperterrita, decisa a sfogarmi.
La nostra relazione è sempre stata un alzata di sopracciglio, spallucce, un giro su se stessa e il silenzio. E ora vorrebbe dirmi cosa posso o non posso fare.
Giro sempre a destra, senza una meta.
Che ipocrisia. Che vita ipocrita. Sembra quasi che mi abbia fatto un favore a mettermi al mondo. Ma chi mai gliel’ha chiesto? Io no di certo. Non mi ha mai calcolato e adesso vuole dirmi cosa fare. Eh no.
Sbuffo. Mi fermo. Mi serve un lavoro.
Cosa so fare?
La pausa tra la domanda e la risposta è più lunga del previsto. Possibile che io non sappia fare niente? So leggere. Ok quello lo sanno fare tutti. Crogiolarmi nel mio mondo solitario. Se quello fosse un lavoro sarei ricca. Sono paziente, potrei fare la baby sitter. Uhm no i bambini non mi piacciono.
Cosa farò?
Continuo a camminare.
Ma dove sono?
Mi risveglio dal torpore e mi ritrovo di fronte una vecchia cascina. Due mesi in via Muratori non me ne ero mai accorta. Decisamente perspicace.
Sconsolata mi dirigo verso l’entrata. Non avrò un lavoro ma di sicuro ho fame. Mi attirano molto i colori: fuori la facciata è di un tono molto chiaro, un color panna, quasi pastello. Dentro invece c’è uno spazio multicolore, tavolini di vetro e gazebo bianchi ma anche cassette di frutta e di verdura di stagione, centrifughe dal tono acceso e frullati dall’ aspetto delizioso. Ci sono tantissime persone e per un momento non mi sento sola, anzi mi beo dei rumori ordinati degli avventori della cascina. C’è un bambino che sta imparando ad andare in bicicletta, un padre che gli promette i mandarini se guadagna qualche metro sulla ghiaia, una coppia che si rilassa sotto un gazebo, scambiandosi tenere occhiate insieme a dei pasticcini grandi il giusto per essere mangiati in un sol boccone. Poi ci sono io, che ordino un panino vegetariano che promette di regalarmi un po’ di felicità, anche solo per quei dieci minuti.
«Ecco a te il panino. Prima volta che vieni qui?» mi dice il cameriere.
«Sì… da cosa si nota?» rispondo sorridendo.
«Proprio dal sorriso che hai, tutti quelli che vengono qui condividono lo stesso sorriso. Se poi lo mantengono significa che siamo riusciti nel nostro intento.»
«E sarebbe?»
«Sarebbe far evadere le persone dalla noia cittadina, in un luogo che pur essendo in una zona centrale sembra essere in campagna, che offre prodotti a Km 0.» risponde tutto di un fiato.
«Ammettilo, questa non è la prima volta che lo dici.»
«Può essere» e si allontana.
Continuo a sorridere, i miei problemi, le parole di mia mamma sono solo un brusio fastidioso, come di una zanzara in estate. Ma le zanzare sono piccole e si schiacciano.
Torno a casa con rinnovata fiducia.
Camminando, mi accorgo che sulle vetrine della via c’è sempre lo stesso annuncio.
“CERCASI BARISTA BRAVA E VOLENTEROSA. DISPONIBILITÀ’ IMMEDIATA.” sotto un numero di telefono.
Cara madre forse ho trovato il modo di fare a modo mio. Di nuovo.

p.s Milano come centro propulsore dell’ecosostenibiltà. Un esempio, proprio nel cuore della capitale lombarda è la cascina Cuccagna.
Progetto Cuccagna ha deciso nel 2012 di riaprire le porte dell’omonima cascina settecentesca, creando un luogo di aggregazione che potesse conciliare benessere sociale e protezione dell’ambiente. L’opera di restauro conservativo, necessario date le condizioni del bene storico in questione, è stato interamente finanziato da un gruppo di associazioni e cooperative a stampo sociale, dato che sottolinea l’impegno di queste organizzazione, volto al miglioramento della vita dei cittadini e dell’aspetto della stessa città.
All’apertura la Cascina era stata pensata come luogo adatto all’allestimento di un Mercato urbano gestito da contadini e aziende della zona, sostenitori della politica del Km 0. Successivamente lo spazio è stato adibito a ristorante, bar, oasi ricreativa; tutti progetti legati alla valorizzazione di stili di vita sostenibili, all’alimentazione, a produzioni e consumi consapevoli , al riuso e al riciclo.

CAPITOLO 6

Buio.
Silenzio.
Pace.
Ancora buio.
Che pace.
Che silenzio.

Poi una luce, non debole, no.
Una luce bella, che irrompe sullo schermo.
Inizia il film, siamo tutti in silenzio.

Ecco un’altra cosa che amo di Milano, sì, è proprio amore.
Il cinema. Quanti cinema ci sono a Milano? Tanti. Ma mai troppi.
Il più delle volte non mi interessa la pellicola in sé. Mi interessa il cinema, come luogo. Con le sue poltroncine rosse o blu di velluto morbido o più ruvido. L’odore di PopCorn, la fila per i biglietti (quante volte sono entrata all’ultimo secondo, con la tensione di non sapere se ci sarebbe stato posto), il biglietto strappato (li conservo tutti religiosamente in un diario). Ah, il cinema.
Ti prego non lasciarmi! Ti amo, ti prego resta.
No, Douglas, devo andare… se mi ami, lasciami andare!

Se mi ami lasciami andare. La frase più inflazionata dell’universo. Cosa mai vorrà dire io non lo so. Non che abbia molta esperienza in materia, ma se fossi in Douglas risponderei No! Ti amo quindifacciofintadichiedertidirimanere ma in realtà verrò con te. Se ci si ama bisogna stare insieme. Punto. Punto e virgola e punto esclamativo. Se ci si separa, se uno dei due sente il bisogno impellente di lasciare l’altro e andare via, allora vuol dire che sì forse c’era dell’affetto, profondo, ma non era amore. No, chi si ama rimane insieme.

Chissà se mia madre amava mio padre. Chissà se mio padre amava mia madre.
Forse no. Non abbastanza.
Non so neanche se mi ha mai visto in viso. Chissà cosa è successo.

Magari questa ricerca non mi porterà a conoscerlo, ma sicuramente sta smuovendo qualcosa dentro di me. Sono Iride, ma non più Iride di cinque mesi fa.
Chissà perché mi hanno chiamato così: perché dare ad una bambina il nome della Dea dell’arcobaleno per poi crescerla nel grigiume.

Il film sta per finire. Ah, il cinema. Quanto amo il cinema. A Milano ce ne sono più di trentacinque. Per ora sono a quota dieci.
Oggi ad accogliermi il cinema Beltrade, con la sua piccola sala contemporanea. Proiettano il più delle volte un film d’autore e in lingua originale. Probabilmente anche questo che sto guardando ora è un film d’autore. Ma non mi ricordo il titolo.

Finisce.
Di nuovo buio.
Poi luce, che dopo due ore di ombra quasi acceca.
Esco.
Quanto amo il cinema.

Poi, d’improvviso colori, oh quanti colori, immagini offuscate, una voce Iride bambina mia! Iride vieni, corri!
Una voce maschile.
Comincio a barcollare sudare freddo non mi sento più le gambe le mani il viso ancora i colori ancora la voce Iride, Iride!
Cosa mi sta succedendo
Iride corri, vieni da me!
Un ricordo. Sto vivendo un ricordo.
Il ricordo di mio padre.

CAPITOLO 7

Tum, tutum, tum, tutum, tum.
«Allora?»
Tum, tutum, tum, tutum, tum.
«Mi vuoi rispondere?»
Il cuore non cessa di bussare rumorosamente contro il mio petto.
Ripeto.
«Mi vuoi rispondere?»
Vedo le mani di mia madre contorcersi, quelle mani così odiose, così ossute che si stringono ferocemente intorno alla tovaglia, preambolo da sempre di due cose:
Un ceffone in pieno viso
Una domanda troppo scomoda
«Ma tu… tu! Con che diritto torni qui, dopo tutti questi mesi da vagabonda… sì vagabonda e ingrata ad accusarmi di che cosa? Di avere avuto una visione? Un mancamento? Tu… mi hai da sempre creato solo problemi, sei la rovina di tutto. Non sei niente, non sarai mai niente…»

Le sue parole sono come delle frustate. Mi fanno male, anche se ormai ci sono abituata. Questo è il suo modo di comunicare.
La mia risposta? Il silenzio. Da sempre.
E il silenzio mi fa da compagno anche questa volta. Con gentilezza sposto la sedia, la guardo dritta in quelle fessure nere che sono i suoi occhi.
«Sapevo che tornare qui sarebbe stato un errore. Ma io so che cosa è stato. Non un mancamento, né una visione. Era un ricordo. Di papà. E io scoprirò la verità, presto o tardi. Con o senza il tuo aiuto.»
Giro le spalle e me ne vado veloce,prima che si accorga del tremore delle mie mani.
Mesi da vagabonda li chiama. Vagabonda mi ha chiamato.
Tiro fuori il cellulare. Beep. Beep. Pronto?
«Ciao, senti scusa, sto tornando a Milano. Ci possiamo vedere al solito posto? Sì? Grande, grazie.»

«Ei ma cosa succede?»
«Ti prego niente domande, ne ho abbastanza. Ho solo bisogno di bere e di rilassarmi.»
«Ok amica, niente più domande.»
Adoravo Emilia. La mia prima amica a Milano e al momento quella che preferisco. Mai indiscreta, solo buona.
«Ricordami cosa fai tu quando sei agitata?»
Risata fragorosa.
«Qualcosa di molto banale, ascolto la musica. Però adesso non mi va troppo.
Se ti fidi ti porto in un posto speciale.»
Emilia. Che tipo.
«Mi fido di te, portami in capo al mondo.»
Risata fragorosa.
Mi ritrovo dopo una trentina di minuti di fronte ad una piccola porticina, tutt’intorno lo spettacolo dei navigli, delle luci riflesse sullo specchio dell’acqua.
Non aprite la porta per favore, stiamo servendo all’interno.
«TADAAAAAA ecco a te il posto più straordinario dell’universo.»
Io vedevo solo una piccola porta di legno. Glielo feci notare.
«Il tuo problema è che ti fermi sempre un po’ prima, non lasci defluire l’immaginazione. Ora, respira e dimmi cosa ti sembra.»
«Uhm, la porta di Alice nel paese delle meraviglie?»
«Dai, più o meno. È il bar più piccolo del mondo! Ci stanno tre persone al massimo ed è ricco di bottiglie di whisky, rum e un’aria un po’ jazz e un po’ retrò che ci sta sempre e non guasta mai.»

Rimango estasiata. Ciò che da fuori è solo un’insulsa porticina dal tono un po’ perentorio nasconde al suo interno un bar da record. Incredibile.
No, non ci entriamo oggi. Volevo solo fartela vedere. Perché? Perché questa porta sei tu. Non ti offendere, ma non sei proprio una di quelle persone che rimangono in mente subito. Sei un po’ insulsa (Mi si dipinge in viso un’espressione falsamente offesa, so benissimo che ha ragione) ma dentro celi dei segreti che aspettano solo di essere scoperti. Ora, io non so cosa sia successo oggi, ti dico una cosa: non permettere all’apparenza di bloccarti. Vai oltre. Io con te l’ho fatto. E anche con questo bar, quelle due o tre volte che il cielo mi ha dato la grazia di riuscire a prenotare.
Deve aver visto la solita smorfia sul mio viso perché comincia a sorridere. Tanto.
«Dai su, andiamo a casa. Non vorrei ricordarti che domani si lavora!»
Ah già il lavoro.
Percorriamo la strada a ritroso, poi ad una svolta Emilia va verso destra e io verso sinistra. Ci salutiamo ciao ciao ci vediamo domani. Continuo la mia strada in solitaria, frugandomi nelle tasche. Tiro fuori un bigliettino color glicine
Faites la liste de ce que vous avez changé depuis deux ans.
Cos’era cambiato? Tutto, e la mia amica e io e l’universo lo sapevamo.
VAFFANCULOOOOOOOOOOO

Non mi curo di chi si gira indispettito.

VAFFANCULO A TE, ALLE TUE MANI DI MERDA, AI TUOI OCCHI ORRENDI E AL TUO TONO DEL CAZZO.
Io sono Iride, e checché tu ne dica non mi fermerò mai.

CAPITOLO 8

Guardava fisso nel vuoto, sfregandosi le mani fino a screpolarle. Era la seconda volta che la figlia se ne andava sbattendo la porta, senza salutare. Ma non poteva dire nulla. Iride non sapeva cosa stava smuovendo, quali ferite profonde e solo parzialmente rimarginate stava facendo sanguinare di nuovo.

Devo fermarla continuava a ripetersi, devo fermarla ma come? Senza destare sospetti, sì, nell’ombra, come sempre, come ho sempre fatto, nell’ombra. E intanto si sfregava le mani, se le sfregava e le screpolava, con un movimento circolare, poi con le unghie nella carne, la devo fermare diceva, sì, sì, la fermerò, non può scoprire la verità, oh no! Mai, è troppo pericoloso, troppo… troppo. Le parole uscivano appena dal ciglio delle labbra, parlava come se avesse paura dei suoi stessi pensieri, pazza di rabbia. Poi la sedia si sposta, maligna, con un cigolio acuto e poi un urlo, sordo, di una madre che sta perdendo il controllo, il controllo sopra la figlia. Che fosse stato davvero lui ad averla attratta a Milano e se sì, lei, come si doveva comportare? Oh, no, no, no, no! La doveva fermare, a tutti i costi. Troppo dura la verità, troppo pericolosa. Un altro urlo, silenzioso, di chi sente di aver commesso un errore. Ho sbagliato, sbagliato farfugliava, non doveva lasciarla andare.

«Sì ciao, sono io. Senti abbiamo un problema. Sì, sì è tornata a Milano. No, non lo so adesso cosa facciamo tu cercala, circuiscila, rapiscila, fai quello che devi. Basta che non scopra la verità.

Sì, non deve scoprire chi è il mostro.»

Un mostro. In che guaio ti stai cacciando, Iride?

CAPITOLO 9

La vita a Milano a volte è veramente ripetitiva. Nel mio caso le giornate sono scandite dalla strada da casa verso il bar e poi dal bar verso casa. Non mi aspettavo un lavoro così pesante ma d’altronde… già è tanto se ne ho trovato uno di lavoro. La cosa meravigliosa però è che le possibilità di una grande città rispetto ad un paesino è che qualunque cosa ti venga in mente di fare stai pur certo che la troverai. Vuoi mangiare kosher? Lo puoi fare. Greco? Per favore, ci sono più suvlaki qui che ad Atene. Vuoi andare a ballare il tango argentino o musica tecno oppure hai una voglia impellente di un concerto di musica jazz? Insomma la risposta ormai dovrebbe essere chiara.
Avere possibilità diverse dovrebbe essere una cosa fondamentale per chiunque. Per aprire la mente, per viaggiare anche solo con la fantasia o anche solo da una parte della città all’altra.
Al momento però, nonostante io abbia capito tutto ciò, mi ritrovo a sprofondare in un abisso di malumore.
Ci sono abituata. Forse. No, in realtà non ci si abitua mai.
Pazienza.
Passerà.
Come sempre.
No, non come sempre.
Decido che se questa città offre delle possibilità a tutti oggi anche io farò parte di quel tutto.
Uscita dal bar oggi non torno a casa, no. Oggi vado in centro, ad osservare i turisti che pagano perché i piccioni gli mangino in testa, a vedere una mostra, qualsiasi cosa. Ho la possibilità di farlo.
Iride, mi raccomando oggi cena decentemente, se continui a soli cereali scomparirai. E onestamente mi sono abituata al tuo culo ossuto quindi…
Esco divertita, per un po’ voglio che la nuvola nera che mi accompagna da giorni sparisca dalla mia vista.
Mi avvio verso il centro e quando scorgo la magnificenza della cattedrale sobbalzo un poco: ogni volta è come la prima, ci sono talmente tanti dettagli che si potrebbe rimanere ad ammirarla per un anno intero e ancora mancherebbe qualcosa. Da qualche tempo a questa parte hanno messo una biglietteria per entrare in Duomo e di solito c’è una coda infinita. Oggi no però. Un segno del destino? Faccio la fila per poco più di un quarto d’ora e poi entro.

Non ci sono parole per descrivere un’emozione così forte, un complesso architettonico così massiccio ed elegante, con la luce che candida entra dalle vetrate colorate. Secondo me la sua bellezza è irraggiungibile. Ma oggi non mi limito solo a questo. Oggi desidero visitare la parte più nascosta della cattedrale, la basilica romanica simbolo di Milano prima della costruzione del Duomo. Parlo di Santa Tecla. La visita è breve ma emozionante. Non credevo di poter rimanere così colpita, ma i resti di questa antica basilica e del battistero di San Giovanni hanno un fascino e un’attrattiva incredibile. Sono un piccolo tesoro milanese, che tutti dovrebbero conoscere.

Il Duomo e Santa Tecla sono due stadi dell’evoluzione artistica. Andando avanti con il tempo la tecnica si affina e migliora, donandoci i capolavori che elevano le nostre città. Ma sotto di essi si celano le fondamenta, gli stadi precedenti che hanno reso quel capolavoro una possibilità. Possibilità, quanto mi piace questa parola.
Finita la mia visita, rinfrancata e piena di meraviglia negli occhi torno a casa, apro la casella della posta. Mi si gela il sangue. Un’altra busta. Un altro indizio.

CAPITOLO 10

Basta.
L’ennesima busta, l’ennesimo foglio bianco.
Ma c’è scritto solo basta.
Basta? Basta?
Cosa dovrebbe significare? Mi sono trasferita perché ero convinta che ci fosse là fuori qualcuno che avesse finalmente voglia di incontrarmi. Voglia di conoscermi. E ora, dopo tutto questo tempo, dopo i sacrifici e i litigi per poter finalmente fare un qualcosa, qualcosa per me, solo basta?
Oh no, basta un corno! Non ho intenzione di lasciare perdere. Non sarà stato vano venire qui, no!

Cerco di ricollegare tutti gli indizi. Questa persona, mio padre o chiunque si sta prendendo gioco di me in questo momento voleva che io venissi a Milano. Perché Milano?
Ha qualche valenza per me? O ha valenza per chi mi sta mandando queste dannatissime buste? Non ho ricordi di me al di fuori di quel buco dove sono sempre cresciuta.
Cerco di pensare ma sono furiosa.
Potrebbe essere che magari io sia nata qui? Ma perché poi non rimanere? Forse un parto di emergenza ma questo comunque significherebbe… Ma certo, perché non ci ho pensato prima! Il certificato di nascita! Sul certificato sicuramente c’è scritto il nome di entrambi i genitori. Aspetta, aspetta, aspetta. Però io ho il cognome di mia madre… Significa che chiunque sia mio padre non mi ha voluto riconoscere?
Sono nel bel mezzo dei miei ragionamenti quando di nuovo sento quella risata. La risata di un uomo che mi chiama a sè, benevolo. Di nuovo quel ricordo. Questa volta però non mi spaventa. Asciugo velocemente con il dorso della mano la lacrima che mi bagna il viso. Però se questa risata è così benevola, cosa è cambiato. Perché, dopo avermi attratto qui adesso, chiunque sia, mi intima di smettere. Non voglio farlo. Voglio scoprire la verità, voglio conoscermi. Per davvero!

Vado sul sito del comune. Voglio vedere quel certificato, ne ho bisogno. Ora più che mai ho bisogno di risposte. Non penso a nulla, guardo solo dritto nello schermo, battendo le dita meccanicamente sulla tastiera.

Basta un corno, io voglio sapere.

‘Grazie per esserti registrato sul sito del comune, il tuo certificato ti arriverà entro tre giorni lavorativi.’

Tre giorni. È strano come tutti i grandi eventi accadano dopo tre giorni. La resurrezione di Cristo, i matrimoni in India.
E iride che vede finalmente il nome che tanto ha aspettato.