MARGHERITA

MARGHERITA

Frugo affannosamente alla ricerca delle chiavi, ma pare che quelle maledette non vogliano spuntare nel caos di libri, riviste, scontrini, biglietti della metro, fazzoletti e di tanti altri oggetti più o meno utili che si affastellano nella borsa di una ragazza evidentemente disordinata. Finalmente le trovo, nascoste in una tasca interna di cui avevo dimenticato l’esistenza. Con un sospiro di sollievo penso alla lavata di capo in cui sarei incappata se le avessi perse. Oggi infatti tocca a me aprire la piccola biblioteca di viale rivoluzione in cui lavoro da qualche mese. Entro nella penombra della stanza e vengo investita dall’odore così tipico di questo luogo, un misto di vecchia carta impolverata e legno antico, un odore che ormai mi si è attaccato alla pelle e che porterò sempre con me. Forse è un odore che ha sempre fatto parte di me e che parla di infanzia, del tempo in cui le storie, prima di essere inchiostro su carta stampata, erano le fiabe che vivevano nei racconti dei miei nonni e che hanno in qualche modo determinato il mio destino. Da allora infatti la letteratura è diventata la mia più grande passione, tanto che al momento di scegliere l’università, tra mille dubbi e perplessità, ho deciso di iscrivermi a lettere, disattendendo le aspettative di chi mi voleva vedere laureata in economia. Proprio qui, fra i corridoi di Festa del Perdono, la mia attenzione è stata attirata un giorno da un annuncio che diceva «Cercasi bibliotecaria per collaborazione part-time, Biblioteca di viale rivoluzione». Queste parole sono risuonate per me come un richiamo, ed ora eccomi qui, a passare le mie giornate fra vecchi volumi dalle pagine ingiallite, recenti pubblicazioni dalle copertine sgargianti, e ad osservare sui volti delle persone la gioia per essere incappate in quella rarità fuori commercio, introvabile in libreria. Mi siedo al mio tavolo e controllo le mansioni della giornata: scrivere un’ e-mail per richiamare l’attenzione del tesserato distratto che ha un prestito in ritardo, rinnovare i prestiti dei tesserati attenti che hanno richiesto una proroga, fare un paio di ordini e infine sistemare sugli scaffali i libri che mi attendono nel deposito. Dopo aver portato a termine queste incombenze, posso finalmente sprofondarmi nella lettura di quel libro lasciato a metà questa notte, quando il sonno ha ahimè avuto il sopravvento. Mi rituffo nella borsa. Purtroppo il libro non c’è, nella fretta della mattina l’ho dimenticato sul comodino. Pazienza, sarà una giornata un po’ più triste senza di lui.

Questa rubrica è dedicata a chi ama leggere e divora un tomo dopo l’altro, a chi vorrebbe leggere di più ma non ha abbastanza tempo per farlo, a chi sta pensando di regalare un libro ma non sa quale scegliere, a chi non legge ma pensa che sia il momento giusto per iniziare a farlo.

Se volete seguirmi, prego, voltare pagina.

DEL PIACERE DI LEGGERE – Proust

Mentre mi aggiro fra gli scaffali della biblioteca, portando sottobraccio una pila di libri, arrivo finalmente nel settore dedicato alla letteratura francese: N, O, P, Prévert, Prévost, Proust…

Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti, quelli passati in compagnia del libro prediletto.

Spesso, pensando alla mia infanzia e alla mia adolescenza, riaffiorano alla mia mente queste parole con cui Proust esordisce ne Del piacere di leggere, breve saggio da lui scritto nel 1905 come prefazione alla traduzione di Sesamo e gigli, opera del critico inglese John Ruskin.
In queste poche pagine, in cui il fluire delle subordinate veicola numerose digressioni, sono condensate le riflessioni che Proust fa sull’atto della lettura, confutando le opinioni espresse sullo stesso argomento da Ruskin nella prima parte della sua opera, i Trésors des Rois, una serie di conferenze tenute dal critico nel 1864, in occasione della fondazione di una biblioteca presso l’Istituto di Rusholme, vicino a Manchester.
A differenza di Ruskin, Proust si accosta alla lettura con un atteggiamento antiaccademico, riflettendo sul ruolo attivo e ricettivo del lettore, che si accosta al libro ricreandolo. La principale opposizione dell’autore francese a Ruskin riguarda il modo in cui egli considera l’attività della lettura. Proust guarda infatti alla lettura non come ad una conversazione con i grandi autori del passato, che possa inoltre comunicare un insegnamento morale, ma come ad un atto intimo e solitario, una comunicazione in seno alla solitudine, che possa donare il piacere dell’evasione in mondi fantastici. L’evasione propria della lettura è analizzata in particolare facendo riferimento alla letteratura per l’infanzia, a tutti quei libri che ci sono cari perché attivano in noi la memoria involontaria di un tempo dorato e ormai perduto:

Ancora oggi, se ci capitano tra le mani i libri di un tempo, li sfogliamo come fossero gli unici calendari conservati dei giorni passati e ci aspettiamo di vedere, riflessi sulle loro pagine, le case e gli stagni che non esistono più.

La lettura non è inoltre portatrice di verità assolute, ma deve infondere nel lettore il desiderio di conoscenza:

Sentiamo che la nostra sapienza comincia dove quella dell’autore finisce, e vorremmo che ci desse delle risposte laddove tutto ciò che può fare è fornirci dei desideri […] che significa forse che non possiamo ricevere la verità da nessuno e crearcela da soli.

La lettura deve quindi portarci a riflettere, a pensare, ed è inoltre un’attività propedeutica alla scrittura, dove il lettore diventa un soggetto creativo e può dare libero sfoggio al suo estro.
Al di là delle disquisizioni teoriche, chiunque ami leggere potrà rivedersi in quelle nostalgiche immagini in cui viene descritto un giovanissimo Marcel che, preso dal sacro fuoco della lettura, non sottrae neppure un minuto ad essa, dimenticando persino di mangiare e scacciando api importune.

Consigliato a chi crede che la lettura sia un complemento essenziale della propria vita.

LA SIGNORA DELLE CAMELIE – Dumas figlio

Una mattina di inizio dicembre, camminando con aria assonnata e distratta fra i corridoi della metropolitana, la mia attenzione si è d’un tratto destata. Ho levato lo sguardo e lui era lì davanti ai miei occhi, con quel suo familiare colore di finta pergamena e quelle scritte dal carattere inconfondibile. Mi sono avvicinata per leggere meglio, e lo stupore ha lascito posto all’emozione alla vista del titolo del balletto con cui si sarebbe aperta la stagione 2017-2018 del Teatro alla Scala: La Dame aux camélias di John Neumeier.

Ogni volta che si recitava una nuova commedia, si poteva essere sicuri di incontrarla, con tre cose che non l’abbandonavano mai, e che occupavano sempre il parapetto del suo palco di prima fila: il binocolo, un sacchetto di dolci e un mazzo di camelie. Per venticinque giorni del mese le camelie erano bianche, e per cinque erano rosse; non si è mai conosciuta la ragione di questo mutamento di colore, che io menziono senza saperlo spiegare, e che era stato notato anche dai suoi amici e dai frequentatori abituali dei teatri dove essa si recava più sovente.

Non posso fare a meno di commuovermi pensando all’infelice amore di Armand Duval e Marguerite Gautier, i protagonisti de La signora delle camelie, romanzo scritto nel 1848 da Dumas figlio e da cui il balletto è stato tratto. La storia narrata da Dumas, un amore passionale fra una bellissima cortigiana e un giovane romantico, contrastato dalla famiglia di lui e minacciato dall’incombere della morte per tisi che condannerà la donna, è ispirata alla relazione che l’autore intrattenne con Marie Duplessis, la cortigiana più nota a Parigi al tempo di Luigi Filippo. La passione amorosa che ebbe come teatro la campagna di Saint-Germain-en-Loye, piccolo comune dell’Ile de France, e che nel romanzo viene trasposta nel villaggio di Bougival, stroncata improvvisamente da una missiva di Dumas, che gettò la Duplessis nella disperazione e fra le braccia del compositore Franz Liszt, fornisce al romanzo svariati spunti narrativi, mentre l’elemento di opposizione rappresentato dalla famiglia è ispirato alla relazione contrasta fra la Duplessis e Agénor de Granant, un giovane proveniente da un famiglia illustre e destinato a ricoprire un ruolo politico di primo piano nella Francia di Napoleone III.

La vita mondana parigina, fatta di feste, balli e prime rappresentazioni nei principali teatri della città, fa da sfondo ad un amore in cui sentimenti, denaro e convenzioni sociali sono strettamente intrecciati e concorrono a determinare il fallimento di una passione autentica.

Romantici sognatori fanno ancora visita alla tomba di Marie Duplessis, sepolta nel cimitero di Montmartre, così come Dumas. Chissà se il custode del cimitero porterà ancora camelie bianche sulla tomba di Marguerite?

L’ultima volta che era venuta a casa mia, si era seduta nello stesso posto in cui era seduta ora; soltanto, da quell’epoca, era stata l’amante di un altro; altri baci avevano sfiorato le sue labbra, verso le quali le mie si protendevano mio malgrado; e tuttavia sentivo di amare quella donna altrettanto o forse più di quanto non l’avessi mai amata.

Consigliato a chi vuole lasciarsi trasportare da un amore romantico e struggente.

SIGNORINA ELSE – Schnitzler

Sono a San Martino di Castrozza, su una panchina, al limitare di un bosco e l’aria è inebriante come lo champagne e ho voglia di piangere.

Ci sono luoghi che assumono ai nostri occhi un aspetto che parla a noi soli e che non potremmo mai trovare nelle indicazioni di una guida turistica o nelle descrizioni fatte da altri. I colori, i suoni e gli odori che ci sono rimasti impressi assumono un aspetto del tutto inconsueto, e fanno sì che quel luogo diventi in parte nostro. Talvolta accade addirittura di associare un luogo a un libro, a un personaggio che abbiamo amato, al punto che diventa impossibile pensare ad esso senza abbandonarsi all’evasione fantastica.

A me succede quando penso a San Martino di Castrozza e, oltre a ricordare splendide giornate passate ad inerpicarmi sui monti o giornate un po’ meno felici dedicate alla tradizionale tortura invernale dello sci, per me una vera seccatura, mi viene in mente la Signorina Else, lo splendido e contraddittorio personaggio creato dalla penna di Arthur Schnitzler nel 1924, e che dà il nome al romanzo di cui è protagonista.

In questo breve romanzo psicologico, il Grand Hotel di San Martino di Castrozza è in realtà solo un pretesto, quasi un non-luogo, per mettere in scena degli individui fatui, che non abdicano al loro ruolo di maschere stagliate sullo sfondo per far meglio risaltare la protagonista, personaggio che cerca di fuggire dalla solitudine e dal silenzio a cui le convenzioni sociali di un’alta borghesia mitteleuropea di inizio XX secolo la costringono, facendo sentire la sua voce sulla pagina attraverso un monologo interiore intenso, sofferto e irriverente.

Else però, soggiogata dal perbenismo borghese e dall’egoismo della sua famiglia, nonché dalla corruzione morale di un vecchio libertino che vorrebbe mercificare il suo corpo costringendola ad una forma di prostituzione visiva, non ha la forza di urlare il suo grido di protesta. Vittima in particolare della crisi del suo tempo e individuo nevrotico dall’io scisso, incapace di operare una sintesi fra le pulsioni dell’Es e l’aspetto censorio del Super-io, sarà infatti condannata a subire una tragica fine.

Ci sono telegrammi e hotel e montagne e stazioni e boschi ma le persone non esistono. Siamo noi ad immaginarne l’esistenza.

«Else! Else!»

Mi chiamano da un’immensa distanza! Cosa volete? Non svegliatemi. Dormo così bene. Domattina. Sogno e volo. Volo…volo…volo…dormo e sogno…volo…non svegliatemi…domattina…

«El…».

Volo…sogno…dormo…so…so…io vo…

Consigliato a chi tende all’introspezione e ama le elucubrazioni del dottor Freud.

NORWEGIAN WOOD – Murakami

All’ingresso della biblioteca c’è un vecchio mobile di legno norvegese. Tutte le volte che lo osservo non posso far a meno di sorprendermi a canticchiare quei versi indimenticabili:

I once had a girl

Or should I say

She once had me

She showed me her room

Isn’t it good?

Norwegian wood.

E mi chiedo: «legno o foresta?», «foresta o legno?». Sì, perché una delle più belle canzoni dei Beatles, scritta nel 1965 e contenuta nell’album Rubber soul, dà il titolo ad uno dei romanzi più intimi di Murakami Haruki, pubblicato nel 1987. Il titolo a cui l’autore aveva pensato in origine era quello di una sonata di Debussy, Giardino sotto la pioggia (Ame no naka no niwa), che ben rispondeva al progetto iniziale di un racconto dai toni delicati, che evocasse proprio l’immagine di un giardino bagnato dalla pioggia. Con l’ampliarsi della cellula primigenia in un romanzo di più ampio respiro e di grande impatto realistico, Murakami pensa di sostituire il giardino con una foresta, Noruwei no mori (La foresta della Norvegia), facendo riferimento alla traduzione erronea con cui in Giappone era conosciuta la canzone dei Fab four e che considerava quel wood come foresta e non come legno.

Questo tema musicale si ripresenta in sede di incipit, quando il protagonista, Tōru, atterrando all’aeroporto di Amburgo, sente questo motivo a lui familiare:

Era Norwegian Wood dei Beatles in un’annacquata versione orchestrale. E come sempre mi bastò riconoscere la melodia per sentirmi turbato.

Il turbamento del protagonista, ormai trentasettenne, deriva dai ricordi che quella canzone dalla melodia malinconica, tanto amata vent’anni prima dal suo amore giovanile Naoko, desta in lui. Da qui prende le mosse un lungo flashback da cui si sviluppa il bildungsroman di Tōru, giovane studente universitario che dovrà affrontare la Tōkyō delle contestazioni studentesche del ’68, l’amicizia con individui cinici come Nagasawa, ma in particolare la difficile scelta fra due donne agli antipodi, Naoko, ragazza fragile e dalla psiche tormentata, che con il suo fascino sfuggente rappresenta per Tōru l’idealizzazione dell’insondabilità dell’animo umano, e Midori, giovane solare e intraprendente che cela in sé il dolore di una storia familiare travagliata. La crescita personale che i personaggi dovranno affrontare li porterà a riflettere sulla vita e sulla morte e ad apprendere come quest’ultima non sia l’antitesi della vita ma una sua parte complementare.

Il clima mesto che caratterizza il romanzo e il ruolo preponderante che la musica assume nella narrazione hanno fatto sì che il titolo scelto per la prima traduzione italiana fosse Tōkyō Blues, mentre successivamente si è deciso di attenersi al titolo originario.

– Non è questo il punto, – dissi. – Non è una questione di «a cosa porterebbe». Nel mondo ci sono persone che amano sapere tutto sulle tabelle orarie, e passano intere giornate a confrontarle. O gente a cui piace fare costruzioni coi fiammiferi, capace di costruire navi di un metro fatte tutte di fiammiferi. Allora che c’è di strano se nel mondo c’è uno che è interessato a capire te?

– Come una specie di hobby?

– Se vuoi puoi chiamarlo così. Persone meno fantasiose lo chiamerebbero affetto, amicizia. Però se tu vuoi chiamarlo hobby non c’è niente di male.

Consigliato a chi ama i romanzi di formazione, i Beatles e gli anni ’60.

LA RAGAZZA CON LA LEICA – Helena Janeczek

Pagina 330, fine. Ciò che amo di più del mio lavoro di bibliotecaria sono i tempi morti fra una mansione e l’altra, quelle ore che, avvolta dal silenzio di questo luogo, posso dedicare alla mia attività preferita: la lettura.

Dall’ultima pagina risalgo alla prima, dove risaltano queste parole, scritte a mano:

A Margherita, con un augurio di tante cose belle! H. J.

Un altro aspetto che amo del mio lavoro è andare alle fiere letterarie in cerca di novità, rarità. Al di là della corsa compulsiva al libro del momento, che ricorda un po’ la frenesia delle folle impazzite nel periodo dei saldi, ciò che rende a mio avviso le fiere letterarie davvero uniche è la possibilità di incontrare gli autori e di assistere alle presentazioni dei loro libri. Quante volte avremmo voluto incontrare il nostro autore preferito, ma le coordinate spazio-temporali ce lo hanno impedito? Talvolta si ha invece la fortuna e il piacere di sentire un autore contemporaneo parlare della sua opera e ricevere un libro con dedica proprio dalle sue mani. A me è capitato a Tempo di libri, la fiera dell’editoria che si è tenuta a Fieramilanocity, dall’8 al 12 marzo, dove ho scoperto La ragazza con la leica, l’ultimo libro di Helena Janeczek, insignito del premio Bagutta e in corsa per lo Strega.

In questo splendido romanzo, Storia e finzione narrativa si fondono per far rivivere la figura di Gerda Taro, fotoreporter di guerra nota per essere caduta sul fronte di Brunete nel 1937, durante la Guerra di Spagna . Il ritratto di questa donna appassionata, vitale e anticonformista:

Gerda era Gerda… Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque, prima a Lipsia e poi a Berlino: nella Pension non lontana dal suo studentato, nella camera affittata dietro l’Alexanderplatz presso la vedova di guerra Hedwig Fischer e, infine, sulla branda di Max e Pauline, detti Pauli, in pieno Wedding.

è delineato attraverso i ricordi di chi l’aveva amata e conosciuta, ovvero i fidanzati Willy Chardack e Georg Kuritzkes e l’amica Ruth Cerf, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo, espediente che consente peraltro di virare da una Buffalo a una Roma del 1960, passando per la Parigi del 1938. Unico personaggio che non interviene in prima persona a fornire il suo resoconto memoriale dei fatti è Robert Capa, il famoso fotoreporter, grande amore di Gerda Taro, morto nel 1954, durante la Prima Guerra d’Indocina. Il sodalizio sentimentale e professionale fra i due si rinnova però ad ogni pagina, con tutta la potenza della sua intensità, la stessa potenza delle immagini scattate dalla leica, istantanee che gridano l’orrore della guerra, tanto crude quanto necessarie, permeate da un valore testimoniale per il quale si può persino morire.

Consigliato a chi voglia immergersi nella vita di una donna coraggiosa e appassionata, sullo sfondo della storia del secolo scorso.

DORA MARKUS – Montale

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera. […]

A Porto Corsini, oggi Marina di Ravenna, in realtà non arriverò mai. Si può proprio dire che questa sia la storia di un incontro mancato con questo luogo, noto per essere lo sfondo di una delle poesie più enigmatiche delle Occasioni montaliane: Dora Markus.
Un incontro mancato dovuto all’incedere del tempo e alla mia straordinaria abilità nel perderlo, in questo caso vagando fra chiese paleocristiane, ammaliata dallo sfarzo delle loro decorazioni musive, passando dalla tomba di Dante, che riposa accanto alla Chiesa di San Francesco e a cui non potevo fare a meno di portare un saluto. Avevo deciso di lasciare, per un giorno, il mio giorno libero, la mia amata biblioteca per recarmi a Ravenna, una città ricca di suggestioni letterarie, che con il suo fascino incantò Byron e Oscar Wilde. Come dicevo, nelle mie intenzioni, vi era l’idea di visitare la piazza di Marina di Ravenna dedicata alla protagonista di questa lirica montaliana, ma il tempo è tiranno, si sa, ed era ormai ora che mi rimettessi alla guida alla volta di Milano. Mentre la strada fluiva riportandomi a casa mi sono sorpresa d’un tratto a sorridere. Ridevo pensando a come anche questa poesia sia nata da un incontro mancato, proprio quello di Montale con Dora Markus, un’ebrea austriaca amica della fotografa Gerti Frankl e di suo marito Carlo Tolazzi. Montale non incontrò mai Dora, di lei conosceva solo l’immagine delle gambe, viste in una fotografia scattata proprio da Gerti e inviatagli dall’amico Bobi Bazlen, mentre si trovava presso i coniugi Tolazzi, con questa dedica «Loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Quella che i critici ritengono essere con grande probabilità la foto originale delle gambe di Dora è oggi conservata nell’Archivio degli scrittori e delle culture regionali dell’Università di Trieste, e si può dire che sia stata proprio l’“occasione-spinta” che indusse Montale a rappresentare, a più riprese, tra il 1926 e il 1939, il ritratto di questa donna in cui irrequietudine e apatia si fondono per esprimere un disagio al contempo esistenziale e universale, dove l’universalità della sua sofferenza è determinata dall’orrore dell’ideologia nazista, che costringerà Dora a emigrare dapprima a Londra, nel ’38, e poi negli Stati Uniti.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
In questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti! […]
II
La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempreverde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.

La difficile speranza in una forma di salvezza da opporre all’incedere di un tragico destino è riposta in un “amuleto”, oggetto magico-rituale a cui è affidato il compito di proteggere l’uomo dai mali che lo minacciano. Analoga funzione salvifica è quella del “sempreverde alloro per la cucina”, che da semplice oggetto domestico si eleva a correlativo oggettivo della poesia, in grado di far assurgere la “leggenda” di Dora ad emblema di una sofferenza provata dall’umanità intera, sottraendola all’oblio a cui l’ideologia nazista vorrebbe condannarla.
Una volta arrivata a casa, stanca per il lungo viaggio, mi viene subito voglia di rileggere questa poesia. E penso che ognuno di noi ha il proprio “topo bianco, d’avorio”, un “amuleto” che va cercato e conservato con cura, in grado di risollevare il nostro animo nei momenti di smarrimento.

Consigliato a chi voglia leggere una delle liriche più raffinate del Novecento italiano.

UNA QUESTIONE PRIVATA – Fenoglio

Ansia. Trepidazione. Attesa. Questo il mio stato d’animo fino ad un’ora fa. Parlare in pubblico non è mai stato il mio forte, anzi, ho sempre cercato di evitare con cura gli sguardi indagatori delle platee, nel timore della voce che si incrina, del raffreddore che ci sorprende sicuramente nel momento meno appropriato e di quel fascio di luce che cade radente sui nostri occhi perché è una splendida giornata di primavera e in questa stanza delle tende non c’è proprio traccia. La mia preoccupazione era dovuta al fatto che oggi, 25 aprile, la biblioteca è sede di conferenze e dibattiti sul tema della Resistenza e a me è stato affidato il compito di scegliere un libro rappresentativo di questo periodo fondamentale per la storia del nostro Paese, e di tenere una relazione su di esso. Dopo aver riflettuto a lungo, mi sono balenate le parole con cui Calvino elogia Una questione privata nella prefazione dell’edizione del ’64 de Il sentiero dei nidi di ragno:

«Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita: la stagione che va dal Sentiero dei nidi di ragno a Una questione privata».

Nel dopoguerra, nella temperie culturale del Neorealismo, gli scrittori italiani sono infatti alla ricerca delle parole che meglio possano esprimere la volontà di dire, testimoniare, ciò che si era appena vissuto. Il romanzo di Fenoglio è considerato il romanzo per eccellenza della Resistenza proprio perché l’autore, avvalendosi di un intreccio spiccatamente “romanzesco”, intende rifuggire alla “memorialistica di finzione” che caratterizzava molti racconti partigiani comparsi in quegli anni.

Sempre Calvino afferma che «Una questione privata […] è costruito con la geometrica tensione d’un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso, e nello stesso tempo c’è la Resistenza proprio com’era, di dentro e di fuori, vera come mai era stata scritta, serbata per tanti anni limpidamente nella memoria fedele, e con tutti i valori morali, tanto più forti quanto più impliciti, e la commozione, e la furia. […] Ed è un libro assurdo, misterioso, in cui ciò che si insegue, si insegue per inseguire altro, e quest’altro per inseguire altro ancora e non si arriva al vero perché.».

Lo stesso Fenoglio, in una lettera all’editore Livio Garzanti, afferma «Mi saltò in mente una nuova storia, individuale, un intreccio romantico, non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra.»

Il romanzo che Fenoglio non porterà mai a termine, perché verrà ritrovato fra le sue carte e pubblicato postumo nel ’63, mette in scena il triangolo amoroso fra Milton, un ventenne militante nelle formazioni badogliane, l’amico Giorgio, combattente in un’altra brigata partigiana e Fulvia, un’affascinate ragazza torinese appartenente ad una famiglia agiata. La narrazione, ambientata nelle Langhe, è dominato dal motivo della quête di Milton, una continua tensione verso la verità, che è contemporaneamente la ricerca di un prigioniero da scambiare per salvare la vita all’amico Giorgio, catturato dalle milizie fasciste, e ricerca della verità sulla relazione fra Fulvia e Giorgio.

C’era di mezzo la più lunga notte della sua vita. Ma domani avrebbe saputo. Non poteva più vivere senza sapere e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un’epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere. Avrebbe rinunciato a tutto per quella verità, tra quella verità e l’intelligenza del creato avrebbe optato per la prima.

Ma la verità rimane inattingibile, vaga e confusa come la nebbia che avvolge le colline piemontesi conferendo al paesaggio una connotazione espressionistica, presagio di morte.

Tu non devi sapere niente, solo che io ti amo. Io invece debbo sapere, solo se io ho la tua anima. Ti sto pensando, anche ora, anche in queste condizioni sto pensando a te. Lo sai che se cesso di pensarti, tu muori, istantaneamente? Ma non temere, io non cesserò mai di pensarti.

Nonostante il motivo della questione privata di Milton sia il perno attorno al quale ruota tutta la narrazione, Fenoglio introduce una profonda riflessione sul tema della giustizia e sulle implicazioni della Storia tramite l’inserzione di un episodio solo apparentemente marginale, ovvero la fucilazione di due staffette partigiane, conseguenza delle azioni di Milton.

Una questione privata resta quindi una delle migliori pagine della nostra storia letteraria, in grado di farci riflettere sul presente, riappropriandoci del nostro passato.

Consigliato a chi voglia celebrare il 25 aprile all’insegna della letteratura.

 

SETA– Baricco

Un’anziana signora si avvicina alla mia scrivania con aria visibilmente preoccupata e mi chiede «Cara, per caso hai visto un foulard di seta sui toni del rosso, del nero e del crema? Sono tornata a casa e mi sono accorta di non averlo, ho controllato in ogni angolo della borsa ma niente, non ce n’è traccia! Cara, sono disperata, era un regalo di mio marito. Magari mi è scivolato in biblioteca, potresti dare un’occhiata? Dopo aver cercato di tranquillizzare la signora, ci accingiamo a perlustrare insieme la biblioteca palmo a palmo e dico fra me e me «Per vivere, Hervé Joncour comprava e vendeva bachi da seta». «Cara, hai detto qualcosa?». «Oh, no, parlavo fra me e me. A volte mi capita sa… Vede, quando lei mi ha parlato del suo foulard ho subito pensato ad un romanzo di Baricco… deformazione professionale». «E chi è questo Hervé Joncour?» «Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla.

 «Si sarà notato che essi osservano il loro destino nel modo in cui, i più, sono soliti osservare una giornata di pioggia.».  La signora mi guarda con aria sempre più perplessa, allora le dico che Seta è uno di quei romanzi che si leggono tutto d’un fiato, un po’ perché la forma breve, condensata in appena cento pagine dal ritmo incalzante, lo consente, ma in particolare perché è inevitabile voler seguire Hervé Joncour, commerciante di bachi da seta, nel suo viaggio dalla Francia al Giappone di fine ‘800, alla ricerca di bachi da seta non contaminati dall’epidemia che imperversava in Europa in quel periodo. Un viaggio verso una terra lontana, chiusasi in un auto isolamento per due secoli, che con il suo esotismo non fa che acuire il fascino dei suoi abitanti. In quest’isola ai confini del mondo, Hervé incontra Hara Kei, l’uomo più imprendibile del Giappone, ma in particolare si fa catturare dalla magia che promana da una misteriosa ragazzina della corte del signore giapponese.

D’un tratto,

senza muoversi minimamente,

quella ragazzina,

aprì gli occhi.

Hervé Joncour non smise di parlare ma abbassò istintivamente lo sguardo su di lei e quel che vide, senza smettere di parlare, fu che quegli occhi non avevano un taglio orientale, e che erano puntati, con un’intensità sconcertante, su di lui: come se fin dall’inizio non avessero fatto altro, da sotto le palpebre. 

L’ultima cosa che vide, prima di uscire, furono gli occhi di lei, fissi nei suoi, perfettamente muti. 

Questo amore, pur non facendo venir meno il profondo affetto che lega Hervé alla moglie Hélène, avvince l’uomo inducendolo a tornare in un Giappone martoriato da una guerra civile.

Aveva dietro di sé una strada lunga ottomila chilometri. E davanti a sé il nulla. Improvvisamente vide ciò che pensava invisibile.

 La fine del mondo.      

Ma il commerciante di bachi da seta sarà destinato a trascorrere il resto della sua vita nel villaggio di Lavilledieu, dove riceverà un’inaspettata lettera, scritta con degli ideogrammi, che cela in sé un enigma:

Mio signore amato, non aver paura, non muoverti, resta in silenzio, nessuno ci vedrà. Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei, abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti, non ti ho mai visto così, il tuo corpo per me, la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarezzati, ti prego, […] non devi aver paura, sono vicina a te, mi senti? sono qui, ti posso sfiorare, è seta questa, la senti? è la seta del mio vestito […]

Quel che era per noi, l’abbiamo fatto, e voi lo sapete. Credetemi: l’abbiamo fatto per sempre. Serbate la vostra vita al riparo da me. E non esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità, a dimenticare questa donna che ora vi dice, senza rimpianto, addio.

Alla fine della nostra ricognizione penso di aver ormai stordito la povera signora con le mie chiacchiere, ma lei continua a dimostrarsi stranamente interessata, «Cara, ma che bella storia, vorrà dire che se non troverò il mio foulard porterò a casa almeno il libro, mi è venuta proprio voglia di leggerlo». Mentre stiamo parlando, un ragazzo dall’aria gentile si avvicina a noi «Ehm, forse stavate cercando questo?» Tra le mani ha il foulard della signora. Lei lo guarda con aria raggiante «Grazie caro, avevo già perso ogni speranza». E lui risponde «E’ uno strano dolore […] Morire di nostalgia per qualcosa che non avrai mai». Lo guardiamo con stupore e divertimento. Evidentemente la nostra conversazione non era passata inosservata.

Consigliato a chi voglia leggere una storia d’amore lieve e delicata come un foulard di seta.